Massimario Ragionato Fallimentare

a cura di Franco Benassi
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Articolo 142 ∙ (Esdebitazione )


Tutte le MassimeCassazione
In generale
Ratio
Esdebitazione e crediti tributariEstinzione debiti IVAEsdebitazione e debiti previdenzialiEsdebitazione del socio illimitatamente responsabile

Presupposti, collaborazione
Comportamenti posti in essere prima di apertura del fallimento
Ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura

Presupposti, reati
Caratteristiche del delitto
Condanna per bancarotta semplice documentaleCondanna per il reato di emissione di assegni a vuotoApplicazione della pena su richiestaProcesso penale pendenteRiabilitazioneRiabilitazione delle società commerciali

Presupposti, soddisfazione dei creditori
Espressione 'neppure in parte'
Pagamento in minima parte dei lavoratori dipendentiParziale soddisfacimento di almeno una parte dei creditori privilegiatiObblighi di mantenimento ed alimentari, obbligazioni estranee alla impresaSocio di società di persone e soddisfo dei creditori particolari del socioSubingresso dei soci alla società estinta nella titolarità di un credito insinuato

Procedimento
Istanza di esdebitazione precedente al rendiconto finale
Sospensione del procedimentoAudizione di tutti i creditori ammessi al passivo e non integralmente soddisfattiIncapacità a testimoniareOpposizione a dichiarazione di fallimento e sopravvenuta riabilitazioneNatura autonoma del procedimento di riabilitazioneProcedimento di riabilitazione

Altro
Pubblico registro dei falliti
Disciplina transitoriaRevoca del fallimento di una societàChiusura del fallimentoQuestioni di legittimità costituzionale



Esdebitazione – Soddisfazione manifestamente irrisoria dei creditori chirografari – Socio illimitatamente responsabile – Valutazione della soddisfazione nel fallimento del socio
La soddisfazione derivante dalla liquidazione dell’attivo del (solo) fallimento individuale non basta ad escludere l’esdebitazione; l’art. 142, comma 2, è, infatti, riferito ai "creditori concorsuali" e tali sono, per il socio fallito in estensione anche quelli della società; infatti, pur rimanendo distinte le diverse procedure, il credito dichiarato dai creditori sociali nel fallimento della società si intende dichiarato per l’intero e con il medesimo eventuale privilegio generale anche nel fallimento dei singoli soci, mentre i creditori particolari partecipano soltanto al fallimento dei soci loro debitori.

Il creditore sociale ha quindi diritto di partecipare a tutte le ripartizioni fino all’integrale pagamento, il che vuol dire però - e anche - che il previo soddisfacimento del creditore sociale non è irrilevante nel fallimento del socio, nel senso che può il creditore sociale pretendere di partecipare al riparto solo per la sorte residua.

[Nel caso di specie, la S.C. ha rilevato che la corte d’appello avrebbe dovuto considerare simile aspetto del problema, condizionato dal rapporto tra e L. Fall., art. 148 e art. 142; avrebbe pertanto dovuto specificare la ragione per la quale la percentuale di soddisfacimento dei creditori concorsuali - per tali intendendosi, a fronte del fallimento del socio in estensione, quelli sociali e quelli particolari - dovesse esser ritenuta manifestamente irrisoria; il che non si evince affatto dalla differenziata e approssimativa esposizione che ha preceduto il dispositivo, nel quale l’irrisorietà è razionalmente motivata a fronte della sola ma incompleta sorte della liquidazione del fallimento personale.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 30 Luglio 2020, n. 16263.


Esdebitazione - Condizioni ostative - Condanna per reati connessi all’esercizio dell’impresa - Caratteristiche - Strumentalità - Necessità - Fattispecie
In tema di fallimento, il disposto dell'art. 142, comma 1, n. 6, l. fall., nella parte in cui prevede, quale condizione di esclusione per il fallito dal beneficio dell'esdebitazione, la condanna per delitti compiuti in "connessione con l'esercizio dell'attività di impresa", va interpretato nel senso che il delitto deve essere stato commesso non in semplice rapporto di occasionalità, ma in stretto collegamento finalistico o funzionale con l'attività di impresa, ovvero in legame di presupposizione tra il reato e l'attività suddetta. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha escluso la rilevanza del reato di diffamazione commesso dal fallito ai danni di una banca creditrice, consistito nell'invio di mail con le quali il c.d.a. dell'istituto di credito veniva accusato di ricattarlo in relazione all'assegnazione di alcuni lavori ed alla mancata concessione di credito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 10 Aprile 2019, n. 10080.


Fallimento - Esdebitazione - Condizione di soddisfacimento almeno parziale dei creditori 
In tema di procedimento di esdebitazione, la condizione di soddisfacimento, almeno parziale, dei creditori concorsuali, prevista dall’art. 142 comma 2 L. fall. deve ritenersi realizzata anche quando talune categorie di creditori (nella specie, i creditori chirografari) non abbiano ricevuto alcunché in sede di riparto. (Barnaby Dosi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Aprile 2017, n. 9917.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Giudizio - Integrazione del contraddittorio con i creditori ammessi - Subingresso dei soci alla società estinta nella titolarità di un credito insinuato - Onere di insinuazione tardiva - Necessità - Mancanza - Conseguenze
Il subingresso dei soci alla società estinta nella titolarità di un credito ammesso al passivo fallimentare, non li dispensa, se si tratta di procedura fallimentare anteriore alla riforma di cui al d.lgs. n. 5 del 2006, dall'onere di insinuarsi al passivo ai sensi dell'art. 101 l.fall., sicché essi, in mancanza di insinuazione, non sono litisconsorti necessari nel giudizio di esdebitazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Agosto 2016, n. 16620.


Esdebitazione - Esclusione dalla esdebitazione - Recupero della contribuzione obbligatoria - Infondatezza
L'interpretazione secondo la quale l'esdebitazione non può trovare applicazione per il recupero della contribuzione obbligatoria, avente natura pubblicistica, è manifestamente infondata, atteso che l'art. 120 legge fall., nel prevedere, al comma 3, che con la chiusura del fallimento i creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti, fa espressamente salvi gli articoli 142 e ss., ove l'art. 142, al penultimo comma, nel disporre l'esclusione dall'esdebitazione, non menziona il debito previdenziale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Fallimento - Esdebitazione - Debito verso gli enti previdenziali - Rapporti estranei all'esercizio dell'impresa - Infondatezza
E' infondata la tesi secondo cui il debito verso gli enti previdenziali rientrerebbe nei "rapporti estranei all'esercizio dell'impresa", ex art. 142, comma 3, ex lett. a), legge fall., atteso che il rapporto previdenziale sorge "in occasione" del rapporto di lavoro ed è estraneo ad ogni scelta imprenditoriale e comunque volontaristica del datore di lavoro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Esdebitazione - Debiti esclusi - Debiti personali non assunti per l'esercizio dell'impresa - Applicazione ai debiti previdenziali - Esclusione
La modifica all'art. 142, comma 3, lett. a), legge fall., introdotta dal decreto correttivo (che dispone l'esclusione dall'esdebitazione per "gli obblighi di mantenimento ed alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all'esercizio dell'impresa") va nel senso di individuare l'area oggettiva dell'esclusione come relativa ai debiti personali non assunti per l'esercizio dell'impresa, ed anzi la formula adottata della "estraneità" priva di significato ogni tentativo di ricomprendere nell'ambito dell'esclusione i cd. debiti involontari; mentre i debiti previdenziali sono strettamente collegati all'esercizio dell'impresa e della stessa costituiscono necessaria conseguenza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Disciplina transitoria di cui al d.lgs. n. 169 del 2007 - Fallimenti chiusi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Applicabilità - Esclusione - Questione di legittimità costituzionale della predetta disciplina transitoria - Manifesta infondatezza
L'istituto dell'esdebitazione, previsto dagli artt. 142 e seguenti l.fall., nel testo introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006 e modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007, si applica, secondo quanto disposto dalla disciplina transitoria, anche alle procedure di fallimento aperte prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, purché ancora pendenti a quella data (16 luglio 2006), e, tra quest'ultime, a quelle chiuse alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 169 del 2007 (1° gennaio 2008), sempre che, in quest'ultimo caso, la relativa domanda sia presentata entro un anno dalla medesima data. La circostanza che l'esdebitazione non sia ammissibile per i fallimenti chiusi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 non giustifica, peraltro, alcun dubbio di legittimità costituzionale della disciplina transitoria: né per contrasto con l'art. 3 Cost., in quanto, come già statuito dalla Corte costituzionale nell'ordinanza n. 61 del 2010, l'applicabilità "ratione temporis" dell'istituto corrisponde ad una scelta non arbitraria del legislatore, costituendo il tempo un valido elemento di diversificazione tra le situazioni giuridiche; né per contrarietà alle norme antidiscriminatorie della CEDU, posto che, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 39 del 2008, la chiusura del fallimento, seppur dichiarata con decreto anteriore al 16 luglio 2006, determina la cessazione delle generali incapacità personali derivanti al fallito dall'apertura del fallimento, laddove l'esdebitazione riguarda la sua responsabilità patrimoniale, comportando la liberazione del fallito che ne risulti meritevole dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali insoddisfatti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Dicembre 2015, n. 24727.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Disciplina transitoria di cui al d.lgs. n. 169 del 2007 - Fallimenti chiusi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Applicabilità - Esclusione - Questione di legittimità costituzionale della menzionata disciplina transitoria - Infondatezza
L'istituto dell'esdebitazione, previsto dagli artt. 142 e seguenti della legge fall., nel testo introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, trova applicazione, secondo quanto disposto dalla disciplina transitoria, anche alle procedure di fallimento aperte prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, purché ancora pendenti a quella data (16 luglio 2006), e, tra quest'ultime, a quelle chiuse alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 169 del 2007 (1° gennaio 2008), sempre che, in quest'ultimo caso, la relativa domanda sia presentata entro un anno dalla medesima data. La circostanza che l'esdebitazione non sia ammissibile per i fallimenti chiusi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 non giustifica, peraltro, alcun dubbio di legittimità costituzionale della disciplina transitoria: né per contrasto con l'art. 3 Cost., in quanto, come già statuito da Corte cost. nell'ordinanza 24 febbraio 2010, n. 61, l'applicabilità "ratione temporis" dell'istituto corrisponde ad una scelta non arbitraria del legislatore, costituendo il tempo un valido elemento di diversificazione tra le situazioni giuridiche; né per contrarietà alle norme antidiscriminatorie della CEDU, posto che, a seguito della sentenza della Corte cost. 27 febbraio 2008, n. 39, la chiusura del fallimento, seppur dichiarata con decreto anteriore al 16 luglio 2006, determina la cessazione delle generali incapacità personali derivanti al fallito dall'apertura del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Luglio 2015, n. 14594.


Esdebitazione - Estinzione dei debiti nascenti dall'IVA - Questione pregiudiziale di interpretazione del diritto comunitario
La Corte di cassazione ha chiesto alla Corte di Giustizia UE di pronunciarsi in via pregiudiziale sulle questioni di interpretazione del diritto comunitario specificate in motivazione ponendo il quesito pregiudiziale di seguito riportato.
La vicenda trae origine dalla notifica, avvenuta nel 2012, di una cartella di pagamento per somme a titolo di IVA e IRAP ad un soggetto che, nel 2008, aveva ottenuto dal Tribunale di Mondovì un decreto di esdebitazione ai sensi dell'art. 142 L.F. Impugnata la cartella, la CTR Piemonte rigettava l'appello dell'Agenzia delle entrate, la quale proponeva il ricorso per cassazione.

Quesito pregiudiziale posto alla Corte di Giustizia UE:
L'articolo 4, paragrafo 3, TUE e gli articoli 2 e 22 della sesta direttiva 77/388, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari, devono essere interpretati nel senso che essi ostano all'applicazione, in materia di imposta sul valore aggiunto, di una disposizione nazionale che prevede l'estinzione dei debiti nascenti dall'IVA in favore dei soggetti ammessi alla procedura di esdebitazione disciplinata dagli artt.142 e 143 del R.D. n.267/1942. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 01 Luglio 2015, n. 13542.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Fallimento chiuso con decreto anteriore alla data del 16 luglio 2006 di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Ammissibilità dell'istanza - Sussistenza - Fondamento
È ammissibile l'istanza di esdebitazione del debitore, il cui fallimento sia già chiuso alla data del 16 luglio 2006, momento di entrata in vigore del d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, nonostante l'art. 19 del d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169 estenda la disciplina dell'esdebitazione alle sole procedure fallimentari pendenti alla data del 16 luglio 2006 citata, in quanto la chiusura del fallimento non si verifica sino a che non sia divenuto definitivo il decreto di chiusura stesso; ne consegue che tale effetto si produce soltanto con l'inutile decorso del termine di quindici giorni previsti per il relativo reclamo, ai sensi dell'art. 119 legge fall. Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Fallimento chiuso con decreto anteriore alla data del 16 luglio 2006 di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Ammissibilità dell'istanza - Sussistenza - Fondamento
In tema di esdebitazione, la condizione di soddisfacimento, almeno parziale, dei creditori concorsuali, prevista dal secondo comma dell'art. 142 legge fall., deve intendersi realizzata anche quando talune categorie di creditori (nella specie, i creditori chirografari) non abbiano ricevuto alcunché in sede di riparto. Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2012.


Fallimento - Esdebitazione - Soddisfazione almeno parziale di tutti i creditori - Esclusione - Prudente apprezzamento del giudice nell'accertamento delle condizioni.
L'art. 142, co. 2, l.f. deve essere interpretato nel senso che, per la concessione del beneficio dell'esdebitazione, non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti almeno parzialmente, bensì è sufficiente che almeno parte dei creditori sia stata soddisfatta, essendo invero rimesso al prudente apprezzamento del giudice accertare quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l'entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella parzialità dei pagamenti richiesta per il riconoscimento del beneficio. (Giulia Gabassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Novembre 2011, n. 24215.


Fallimento - Esdebitazione - Elementi ostativi alla concessione del beneficio - Ritardo della procedura - Abito valutativo del giudice.
L'effetto indicato dal legislatore come ostativo alla concessione del beneficio della esdebitazione di cui all'articolo 142, legge fallimentare, consistente nella determinazione del ritardo o nella contribuzione al suo verificarsi, è riconducibile ad una condotta non delineata nella sua specificità, sicché questa può essere correttamente riscontrata dal giudice del merito quando sia stata accertata la conseguenza pregiudizievole dell’allungamento dei tempi di definizione della procedura. La genericità della formulazione normativa consente dunque al giudice un accertamento molto ampio, essendo il suo esame focalizzato sull'esistenza o meno di un ritardo nella definizione della procedura rispetto a quanto possibile e sull'eventuale nesso tra la condotta del fallito e detto ritardo. Nulla esclude dunque che l'esame possa essere condotto anche con riferimento a comportamenti posti in essere prima dell'apertura del fallimento, avendo certamente incidenza sui tempi di definizione della procedura anche le modalità operative adottate dall'imprenditore nell'esercizio dei suoi poteri gestori nel periodo precedente l'apertura della procedura concorsuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Novembre 2011, n. 24215.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Condizioni ostative - Mancato soddisfacimento, almeno in parte, dei creditori concorsuali - Portata - Mancate ripartizioni utili in favore di alcuni creditori - Irrilevanza - Fondamento
In tema di esdebitazione (istituto introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5), il beneficio della inesigibilità verso il fallito persona fisica dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti richiede, ai sensi dell'art. 142, comma secondo, legge fall., che vi sia stato il soddisfacimento, almeno parziale, dei creditori concorsuali, dovendosi intendere realizzata tale condizione, in un'interpretazione costituzionalmente orientata e coerente con il "favor" per l'istituto già formulato dalla legge delegante (art. 1, comma 6, lett. a), n. 13 della legge 14 maggio 2005, n. 80), anche quando taluni di essi non siano stati pagati affatto, essendo invero sufficiente che, con i riparti almeno per una parte dei debiti esistenti, oggettivamente intesi, sia consentita al giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, una valutazione comparativa di tale consistenza rispetto a quanto complessivamente dovuto; una diversa conclusione, volta ad assicurare il pagamento parziale ma verso tutti i creditori, introdurrebbe invero una distinzione effettuale irragionevole tra fallimenti con creditori privilegiati di modesta entità ed altri e non terrebbe conto del fatto che il meccanismo esdebitatorio, pur derogando all'art. 2740 cod. civ., è già previsto nell'ordinamento concorsuale, all'esito del concordato preventivo (art. 184 legge fall.) e fallimentare (art. 135 legge fall.) e, nel fallimento, opera verso le società con la cancellazione dal registro delle imprese chiesta dal curatore (art. 118, secondo comma, legge fall.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Novembre 2011, n. 11279.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Condizioni ostative - Contributo causale al ritardo nella definizione della procedura ai sensi dell'art. 142, comma 1, n. 2 legge fall. - Nozione - Proposizione di azioni giudiziali infondate - Atti di disposizione patrimoniale anteriori al fallimento - Rilevanza - Limiti - Fattispecie
In tema di esdebitazione, il beneficio della liberazione del fallito persona fisica dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti richiede, ai sensi dell'art. 142, comma 1, n. 2 legge fall., nel testo novellato dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, che il fallito "non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura", assumendo cioè un comportamento antigiuridico di ostacolo alla sua ragionevole durata, prescritta dagli artt. 6 CEDU e 111 Cost., in tale comportamento dovendosi far rientrare tanto il promuovimento di qualsiasi iniziativa giudiziaria che si sia rivelata infondata e pretestuosa, tale da ritenersi proposta con l'unica finalità del citato ritardo, quanto gli atti di disposizione del proprio patrimonio, anche posti in essere prima del fallimento, già nella consapevolezza della irreversibilità del dissesto ed alternativi alla tempestiva domanda di fallimento in proprio. (Principio affermato dalla S.C. con riguardo al reclamo ex art. 26 legge fall., poi dichiarato inammissibile nella sede di legittimità, proposto dai falliti avverso il decreto di trasferimento di immobile acquisito alla procedura e all'impugnativa, poi rinunciata, del rendiconto del curatore, da un lato, e, dall'altro, all'affitto d'azienda, concesso per canoni inadeguati, a società terza costituita da un familiare e senza che all'apertura della procedura seguisse l'immediato rilascio del bene, per il quale si erano quindi rese necessarie azioni recuperatorie da parte del curatore).(massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Maggio 2011, n. 11279.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Disciplina transitoria di cui al d.lgs. n. 169 del 2007 - Procedure chiuse prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Applicabilità - Esclusione - Questione di illegittimità costituzionale - Infondatezza - Rinvio alla pronuncia n. 61 del 2010 della Corte cost..
L'istituto dell'esdebitazione, previsto dagli artt.142 a 144 della legge fall., nel testo novellato dal d.lgs. n. 5 del 2006 e dal d.lgs. n. 169 del 2007, trova applicazione, secondo quanto disposto dalla disciplina transitoria, quanto alle procedure aperte anteriormente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 cit., purché ancora pendenti a quella data (16 luglio 2006), e tra queste a quelle chiuse nel periodo intermedio, vale a dire sino all'entrata in vigore del d.lgs. n. 169 del 2007 (1° gennaio 2008), purché, in quest'ultimo caso, la relativa domanda venga presentata entro un anno dall'entrata in vigore di detto ultimo decreto; ne consegue che non è ammissibile l'esdebitazione per i fallimenti dichiarati chiusi in epoca antecedente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006, nè tale limitazione, per come posta dagli artt. 19 e 22 del cit. d.lgs. n. 169 del 2007, giustifica alcun dubbio di costituzionalità della disciplina transitoria, così come interpretata, per contrasto con l'art.3 Cost., in quanto, come già statuito da Corte cost. nell'ordinanza n. 61 del 24 febbraio 2010, l'applicabilità "ratione temporis" dell'istituto corrisponde ad una scelta del legislatore, secondo un discrimine temporale che non è arbitrario, costituendo il fluire del tempo valido elemento diversificatore di situazioni giuridiche. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Dicembre 2010, n. 24395.


Esdebitazione – Nuova disciplina di cui al  D.Lgs. n. 5/2006 – A plicazione ai fallimenti pendenti – Applicazione ai fallimenti chiusi – Condizioni – Limiti. (06/07/2010)
Il nuovo istituto della esdebitazione si applica anche alle procedure fallimentari aperte prima della entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006, purché siano ancora pendenti a tale data, ed a quelle tra tali procedure che vengano chiuse nel periodo intermedio compreso tra detta data (16 giugno 2006) ed il primo gennaio 2008 (data di entrata in vigore del decreto correttivo n. 169/2007), a condizione, in tal caso, che la domanda di esdebitazione venga presentata entro un anno dalla entrata in vigore di detto ultimo decreto, cioè entro il termine di un anno a far data dal 1° gennaio 2008; ne consegue che l'istituto della esdebitazione non può essere applicato ai fallimenti che siano stati chiusi in epoca antecedente alla entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Novembre 2009, n. 24121.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Riabilitazione del fallito - Condizioni - In genere - Chiusura del fallimento prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Conseguenze - Cessazione delle incapacità personali del fallito - Fondamento - Sentenza della Corte Cost. n. 39 del 2008.
La chiusura del fallimento, ancorché intervenuta in epoca anteriore all'entrata in vigore del d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, comporta il venir meno delle incapacità personali derivanti al fallito dalla dichiarazione di fallimento, e ciò in virtù della sentenza della Corte costituzionale n. 39 del 2008, con cui è stata dichiarata l'illegittimità degli art. 50 e 142 l. fall. (nel testo precedente al d.lgs. n. 5 del 2006, che ha abrogato tali istituti), nella parte in cui stabilivano che le incapacità del fallito, anziché arrestarsi con la chiusura del fallimento, perdurassero nel tempo sino alla concessione della riabilitazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Febbraio 2009, n. 4630.


Esdebitazione – Fallimento dichiarato prima del 16 luglio 2006 – Esclusione.
I soggetti dichiarati falliti prima del 16 luglio 2006, data di entrata in vigore della recente riforma delle procedure concorsuali di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, non possono giovarsi del beneficio della esdebitazione qualora il fallimento sia stato chiuso prima di tale data. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 11 Settembre 2008, n. 35118.


Dichiarazione di fallimento – Incapacità personali derivanti al fallito – Protrarsi delle incapacità oltre la chiusura del fallimento – Illegittimità costituzionale.
Sono costituzionalmente illegittimi gli articoli 50 e 142 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nel testo anteriore all'entrata in vigore del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), in quanto stabiliscono che le incapacità personali derivanti al fallito dalla dichiarazione di fallimento perdurano oltre la chiusura della procedura concorsuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 27 Febbraio 2008, n. 39.


Disciplina della esdebitazione – Illegittimità costituzionale per contrasto con l’art. 3 Cost. – Irragionevolezza e disparità di trattamento – Manifesta inammissibilità.
E’ manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 6, lettera a), numero 13, della legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali), e dell'art. 142 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), come sostituito dall'art. 128 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della L. 14 maggio 2005, n. 80), sollevata, in riferimento all'art. 3 della Costituzione.

(La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 142 della legge fallimentare, nel testo in vigore dal 16 luglio 2006, in riferimento all'art. 3 Cost., questione sollevata sotto il profilo dell'irragionevolezza e della disparità di trattamento perché l'istituto dell'esdebitazione, così come formulato, finirebbe, illogicamente, per privilegiare solo i grossi imprenditori, ignorando i piccoli imprenditori ed i debitori non imprenditori, nonché in quanto, infine, creerebbe disparità di trattamento tra imprenditori secondo che la data di chiusura del loro fallimento sia anteriore o posteriore all'entrata in vigore della legge.) Corte Costituzionale, 30 Novembre 2007, n. 411.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - A testimoniare - Insussistenza
Le incapacità personali, ex artt. 50 e 142 legge fallimentare, cui è soggetto il fallito fino alla sua riabilitazione civile, sono quelle tassativamente indicate dalla legge. Tra queste, in difetto di espressa previsione normativa, non rientra l'incapacità di testimoniare, la quale anche per il fallito, come per qualsiasi altro soggetto chiamato a deporre, resta legata, ai sensi dell'art. 246 cod. proc. civ., alla eventuale situazione di incompatibilità tra la qualità di teste e quella di parte (anche virtuale) nel medesimo giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Maggio 1986, n. 3265.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - In genere - Sopravvenienza della riabilitazione civile del fallito nelle more del giudizio di opposizione - Cessazione della materia del contendere - Configurabilità - Esclusione
Nel giudizio di opposizione avverso la dichiarazione di fallimento, diretto a contestare la ricorrenza dei presupposti per lo assoggettamento del debitore alla procedura concorsuale, la materia del contendere non puo ritenersi cessata per il solo fatto della sopravvenuta riabilitazione civile del fallito, ai sensi degli artt 142 e 143 del RD 16 marzo 1942 n 267, atteso che tale riabilitazione integra una mera rimozione delle incapacita personali che colpiscono il debitore per effetto di un fallimento giustamente subito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Ottobre 1979, n. 5111.


Fallimento - Riabilitazione - Società commerciali fallite - Applicabilità
L'istituto della riabilitazione civile, disciplinato dagli artt 142 e segg della legge fallimentare, trova applicazione anche nei confronti delle societa commerciali fallite. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Gennaio 1969, n. 286.


Fallimento - Riabilitazione - Condanne penali ostacolanti - Emissione di assegni a vuoto
Il fallito, il quale sia stato condannato per il reato di emissione di assegni a vuoto, previsto dall'art 116 n 2 RD n 1736 del 1933, non puo ottenere il beneficio della riabilitazione civile, di cui all'art 142 in relazione 145 della legge sulla disciplina del fallimento. ( V 3026-60 1876-60). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Gennaio 1963, n. 19.