LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO IX
Dei fatti illeciti

Art. 2049

Responsabilità dei padroni e dei committenti
TESTO A FRONTE

I. I padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell'esercizio delle incombenze a cui sono adibiti.


GIURISPRUDENZA

Responsabilità solidale o in concorso del dipendente - Esclusione.
Non è accoglibile la domanda risarcitoria proposta nei confronti del dipendente di una banca, quando non sia stato attivato nei suoi confronti un titolo di responsabilità autonomo e diverso da quello contrattuale contestato all’istituto.

L’art. 1228 c.c. costituisce l’estensione alla sfera contrattuale della disciplina prevista dall’art. 2049 c.c., determinando un’ipotesi di responsabilità contrattuale e non extracontrattuale, prevedendo che il soggetto che si avvalga dell’opera di terzi risponda del fatto colposo o doloso di costoro.

L’art. 1228 c.c., da un lato, è considerato espressione di un criterio di allocazione di rischi, per il quale i danni cagionati dal dipendente sono posti a carico dell’impresa, come componente dei costi di questa, dall’altro tutela il creditore che non intrattiene alcun rapporto con il dipendente e non potrebbe, in caso di inadempimento, rivolgersi ai terzi per il risarcimento del danno. Diversa è la fattispecie di cui all’art. 2049 c.c., per la quale l’ausiliario risponde in proprio, a titolo di illecito extracontrattuale, del fatto che leda interessi tutelati nella vita di relazione.

Il fatto dell’ausiliare costituisce una fattispecie di inadempimento imputabile al debitore e come tale può dare luogo a carico di costui, oltre all’obbligo di risarcimento dei danni, alla risoluzione del contratto nell’ipotesi di cui all’art 1453 cod civ. ovvero all’annullamento o alla pronuncia di nullità del contratto. Corollario di ciò è che il fatto dannoso e l’obbligo risarcitorio rimangono a carico esclusivo del committente, che si avvale dell’ausiliario quale strumento di esecuzione della prestazione, purché il fatto dell’ausiliario non esorbiti dall’area della normalità esecutiva del contratto e sempre che esista il rapporto di occasionalità necessaria. (Piero Cecchinato) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 02 Luglio 2019.


Pubblica Amministrazione - Atto illecito del dipendente - Condotte penalmente illecite dei dipendenti dirette a perseguire finalità esclusivamente personali - Responsabilità civile della P.A. - Sussistenza - Condizioni.
Lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od egoistiche ed estranee a quelle della amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da un nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi – non sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed in base ad un giudizio contro fattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o abusivo od illecito, non ne integrino uno sviluppo oggettivamente anomalo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 Maggio 2019, n. 13246.


Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Attualità e idoneità delle irregolarità a produrre una lesione patrimoniale per la società – Necessità – Irregolarità puramente informative – Irrilevanza sotto il profilo della dannosità anche solo potenziale

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Omessa rilevazione della perdita di continuità aziendale – Possibile valorizzazione quale irregolarità grave e potenzialmente produttiva di danno per la società

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Irregolarità riferibili all’intera attività sociale – Necessità – Illegittimità di singoli atti gestori autonomamente impugnabili – Irrilevanza per difetto del requisito di residualità del procedimento ex art. 2409 c.c.
.
La denuncia ex art. 2409 c.c. ha ad oggetto il fondato sospetto di gravi irregolarità gestorie che devono essere attuali ed idonee a produrre una lesione patrimoniale per la società, mentre l’istituto è privo del carattere sanzionatorio proprio dell’azione di responsabilità.

Pertanto, il requisito della potenzialità del danno preclude la denuncia di tutte le irregolarità c.d. informative, come quelle configurabili nei bilanci di esercizio, per le quali – ancorché possano costituire fatti di rilevante gravità – non sia stato dedotto un pregiudizio immediato e diretto rispetto al patrimonio della società. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)

L’omesso accertamento della perdita di continuità aziendale rileva non solo con riferimento alla tecnica di redazione del bilancio secondo criteri liquidatori, ma si pone anche come causa dei danni che si sono verificati per il prosieguo dell’attività aziendale, sicché è suscettibile di integrare una violazione grave e almeno potenzialmente produttiva di danno valorizzabile ai sensi dell’art. 2409 c.c. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)

Le irregolarità denunciabili ai sensi dell’art. 2409 c.c. devono involgere l’intera attività della società, sicché l’illegittimità di singoli atti autonomamente impugnabili non assume rilievo, posto che in caso contrario difetterebbe il requisito della residualità del procedimento. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 06 Febbraio 2019.


Illecito di rilievo penale del promotore finanziario - Responsabilità solidale della banca - Presupposti

Illecito penale del subagente assicurativo - Natura oggettiva della responsabilità dell’agente e della compagnia assicurativa in solido tra loro - Presupposti

Natura finanziaria delle polizze assicurative negoziate dal subagente assicurativo - Esclusione dell’obbligo di manleva della assicurazione che garantisce l’agente
.
L'intermediario risponde per i danni arrecati a terzi dai promotori finanziari nello svolgimento delle incombenze loro affidate purché il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria con l'esercizio delle mansioni cui sia adibito, sicché il comportamento doloso (anche di rilevanza penale) del preposto, pur non interrompendo, di norma, il nesso causale fra l'esercizio delle incombenze e il danno, ove si verifichino determinate circostanze, quali una condotta del risparmiatore "anomala", vale a dire, se non di collusione, quanto meno di consapevole e fattiva acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sul promotore, è configurabile - e il relativo accertamento compete insindacabilmente al giudice di merito - l'assoluta estraneità della banca al fatto del promotore, sì da interrompere il nesso causale ed escludere la responsabilità dell'Istituto di credito (Cass. n. 22956/15). (Paolo Righini) (riproduzione riservata)

L’art. 119 co. 2 c.d.a., secondo il quale l'impresa di assicurazione, o un intermediario iscritto alla sezione del registro di cui all'articolo 109, comma 2, lettera a) o b) (rispettivamente agenti di assicurazione e broker) risponde in solido dei danni arrecati dall'operato dell'intermediario cui abbia dato incarico, prevede una responsabilità oggettiva, in quanto modellato a su quella di cui all’art. 2049 c.c.

La compagnia di assicurazione risponde assieme all’agente dell’operato del subagente ex art. 2049 c.c. ed in base al principio secondo il quale va tutelato chi ha contrattato con colui che appariva in grado di impegnare altri, alla duplice condizione della buona fede del primo e di una condotta quanto meno colposa dell'ultimo, tale da ingenerare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentare o di impegnare sia stato effettivamente e validamente conferito a chi ne è apparso, nella contrattazione col terzo. (Paolo Righini) (riproduzione riservata)

L’eventuale prevalente connotazione finanziaria delle polizze assicurative, se non puntualmente individuata, non impedisce che si generi l’obbligo di manleva in capo alla società che garantisce l’agente assicurativo. (Paolo Righini) (riproduzione riservata)
Tribunale Pesaro, 18 Ottobre 2018.


Tutela inibitoria delle Imprese – Concorrenza sleale e responsabilità oggettiva funzionale ex art. 2049 c.c. – Tutela inibitoria – Esclusione.
In ipotesi di asserito concorso nell’illecito concorrenziale denigratorio materialmente commesso dal collaboratore, la disciplina di cui all’art. 2049 c.c., ancorché emerga la prova della c.d. “occasionalità necessaria” tra la condotta censurata ed il rapporto che lega l’autore materiale al suo preponente, consacra un’ipotesi di responsabilità oggettiva funzionale ad assicurare la riparazione del pregiudizio in una logica di garanzia e, dunque opera solo sotto il profilo risarcitorio mentre non sembra potersi attagliare a tecniche di tutela inibitoria, dirette ad interdire in futuro la condotta illecita continuativa. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 21 Maggio 2018.


Contratti di borsa - Istituto di credito - Responsabilità indiretta per fatto del promotore finanziario non legato da rapporto contrattuale - Ammissibilità - Condizioni - Fattispecie.
Con riguardo alle attività illecite poste in essere dal promotore finanziario non legato da un rapporto contrattuale con la banca, sussiste la responsabilità indiretta di quest'ultima qualora la promozione sia svolta con modalità tali da ingenerare negli investitori l'incolpevole affidamento su uno stabile inserimento del promotore nell'attività della banca. (Nella fattispecie, il promotore finanziario operava nei locali delle agenzie della banca dove erano accesi i conti degli investitori e negoziava i titoli collocati presso l'istituto di credito, quale incaricato dei servizi ricezione e negoziazione degli ordini dei correntisti). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 Luglio 2017, n. 18928.


Società di intermediazione mobiliare - Attività del promotore finanziario - Responsabilità diretta del preponente - Configurabilità - Condizioni - Nesso di occasionalità necessaria tra l'illecito e il rapporto tra le parti - Necessità - Responsabilità (anche) diretta della società di intermediazione mobiliare - Compatibilità - Sussistenza - Fattispecie.
In tema di responsabilità indiretta della società di intermediazione mobiliare (S.I.M.) per i danni arrecati a terzi dai promotori finanziari nello svolgimento delle incombenze loro affidate, l'accertamento di un rapporto di necessaria occasionalità tra fatto illecito del preposto ed esercizio delle mansioni affidategli comporta l'insorgenza di una responsabilità (anche) diretta a carico della società, la cui configurabilità non è preclusa dall'art. 31, comma 3, del d.lgs. n. 58 del 1998 (già art. 5, comma 4, della legge n. 1 del 1991), il quale si limita a prevedere un'estensione della responsabilità al fatto altrui, non impedendo tuttavia anche l'accertamento della potenziale responsabilità per fatto proprio. (Nell'applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la statuizione di merito sulla responsabilità diretta della S.I.M., la quale aveva omesso di dimostrare l'avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate come inadempiute dalla controparte, e di avere agito con la specifica diligenza richiesta). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 Luglio 2017, n. 18928.


Lite temeraria - Ricorso in cassazione - Conoscenza o l'ignoranza gravemente colposa della sua insostenibilità - Responsabilità dell'impugnante ex art. 96, comma 3, c.p.c..
Proporre un ricorso per cassazione malgrado la conoscenza o l'ignoranza gravemente colposa della sua insostenibilità, è fonte di responsabilità dell'impugnante ex art. 96, comma 3, c.p.c., per avere questi agito - e, per lui, il suo legale, del cui operato il primo risponde verso la controparte processuale ex art. 2049 c.c. - sapendo di perorare una tesi infondata, oppure per non essersi adoperato con la exacta diligentia esigibile in relazione ad una prestazione professionale altamente qualificata come è quella dell'avvocato, in particolare se cassazionista.

Nel caso di specie, il ricorrente ha proposto un ricorso nel quale:
- ha sostenuto tesi giuridicamente molto originali, come quella secondo cui la CEDU tutelerebbe le minoranze condominiali;
- ha invocato a sproposito l'esistenza del giudicato esterno, così come la violazione dell'art. 101 c.p.c.;
- ha infine (quel che più rileva, ai fini della responsabilità aggravata) proposto un ricorso per cassazione col quale nella sostanza ha inteso censurare un tipico apprezzamento di fatto, quale la natura diffamatoria d'uno scritto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 05 Luglio 2017, n. 16482.


Interruzione linea telefonica - Responsabilità compagnia telefonica ex art. 2049 c.c. - Risarcimento danni.
La Compagnia telefonica è responsabile ai sensi dell’art. 2049 c.c. per l’attività illecita posta in essere dal proprio agente, munito del potere di rappresentanza, che sia stata agevolata o resa possibile dalle incombenze demandategli e su cui tale società aveva poteri di direttiva e di vigilanza: nel caso in oggetto appunto l’agente risulta aver indotto in errore la parte attrice riguardo alla sussistenza dei presupposti tecnici per la migrazione delle linee telefoniche verso Vodafone proprio nell’ambito delle sue incombenze (cfr. Cass. 11 febbraio 2010, n. 3095; Cass. 3 aprile 2000, n. 4005).

(Nel caso di specie, la responsabilità della Compagnia d’altronde è stata ravvisata anche riguardo alla fase successiva alla conclusione del contratto, allorchè la stessa ha fatto trascorrere circa un mese prima di inviare un proprio tecnico per verificare le ragioni della mancata attivazione delle linee telefoniche.) (Paolo Grandinetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze, 17 Novembre 2016.


Responsabilità ex art. 2049 c.c. – Chiamata in causa del terzo dipendente – Domanda di garanzia ex art. 32 c.p.c. – Competenza del Tribunale civile – Necessità di conversione del rito ordinario in rito speciale – Insussistenza.
La chiamata in causa del dipendente spiegata dal datore di lavoro nel procedimento per l’accertamento della responsabilità aquiliana ai sensi dell’art. 2049 c.c. non determina la competenza del giudice del lavoro, né impone il mutamento del rito ordinario in rito del lavoro, in quanto la stessa non è riconducibile ad alcuna delle fattispecie elencate nell’art. 409 c.p.c. ma, al contrario discende dall’azione risarcitoria extra-contrattuale ed ha, pertanto, natura di domanda di garanzia ai sensi dell’art. 32 c.p.c., in quanto tale idonea ad essere trattata dal Giudice competente per la causa principale. (Andrea Gambardella) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna, 13 Novembre 2015.


Danno al dipendente - Costrittività organizzative.
Il datore di lavoro risponde del danno arrecato al dipende per effetto di costrittività organizzative: la circostanza che la condotta di mobbing provenga da altro dipendente in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, non vale ad escludere la responsabilità del datore stesso, su cui incombono gli obblighi di cui all'art. 2049 c.c., ove questo sia rimasto colpevolmente inerte alla rimozione del fatto lesivo. Peraltro, la durata e le modalità con cui viene posta in essere la condotta mobbizzante devono essere considerati per ritenere che la condotta stessa fosse conosciuta o addirittura tollerata. Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 15 Maggio 2015, n. 10037.


Risarcimento danno non patrimoniale - Danno tanatologico - Breve lasso di tempo fra fatto ed evento morte - Danno morale subiettivo distinto da danno biologico - Danno trasmissibile jure hereditario - Applicazione - Indennità INAIL (IPSEMA) - Liquidazione rendita vitalizia eredi lavoratore defunto - Quota indennità comprendente anche danno tanatologico - Esclusione.
Il cd. danno tanatologico, che entra far parte del patrimonio del soggetto deceduto ed è trasmissibile jure hereditatis, si basa sulla sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita (cfr. Cass. 13 gennaio 2009 n. 458; Cass. 24 marzo 2011 a 6754; Cass, 21) aprile 2012 n6273). Il presupposto della risarcibilità è dunque, che sussista la prova di uno spatium vivendi fra l’evento causativo e il decesso della vittima, e clic quest’ultima abbia avuto la coscienza per soffrire dell’imminente fine. La valutazione dell’angoscia della vittima di fronte alla prospettiva della morte prematura non si deve risolvere in una pura e semplice quantificazione cronologica, ma deve basarsi sull’accertamento della sussistenza di uno stato dì coscienza della persona nei breve intervallo tra il sinistro e la morte.

Quanto al rapporto tra rendita vitalizia erogata dall’inail e risarcimento dei danni non patrimoniali (ivi compresi quello alla salute o biologico e quello morale) conseguenti ad infortunio sul lavoro, in conseguenza dell’estraneità di tali manifestazione di danno alla copertura dell’assicurazione obbligatoria disciplinata dal D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 e in applicazione dei principi affermati nelle sentenze della Corte costituzionale n. 87, 35n e 485 del 1991, le limitazioni poste dall’art. 10, D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 all’azione risarcitoria del lavoratore infortunato nei confronti del datore di lavoro — sia in punto di an (responsabilità penale) sia in quanto di quantum (danno differenziale) - riguardano solo il danno patrimoniale collegato alla capacità lavorativa generica, mentre esse non si applicano al danno alla salute o biologico e del danno morale ex art. 2059 cc., entrambi di natura non patrimoniale esulanti dalla copertura assicurativa obbligatoria (mentre secondo la disciplina successiva, introdotta dall’art. 13, D.Lg. 23 febbraio 2000 n. 38, anche il danno biologico è coperto da tale norma assicurativa) sicchè il lavoratore ha diritto al loro risarcimento integrale in presenza dei presupposti della relativa responsabilità del datore di lavoro. Dunque, il risarcimento integrale di queste voci di danno costituisce un diritto del lavoratore infortunato da far valere autonomamente, e non già a titolo differenziale, nei confronti del proprio datore di lavoro, indipendentemente dall’entità dell’indennizzo erogato dall’istituto assicuratore, nei casi di infortunio o malattia professionale addebitabili ad una colpa, anche se concorrente e non di rilievo penale, del datore di lavoro o di un qualsiasi altro suo sottoposto ci cui egli debba rispondere civilmente, con la sola esclusione- secondo le regole generali- di casi in cui l’evento sia riconducibile a caso fortuito, a forza maggiore, o a colpa esclusiva dello stesso lavoratore” (Consiglio di Stato, sez. IV, 19/01/2011, n. 365; Cassazione Civile, sez. lav. 05/05/2010, n. 10834; Cassazione Civile, sez. lav., 29 gennaio 2002, n. 1114).

Il danno tanatologico, da ricondurre nell’alveo del danno morale (Cass. SS. UU. 11711/2008, n. 26972; Cass. 13/01/2009, n. 458) configura una voce risarcitoria distinta dal danno biologico (nella nozione recepita dal D. Lgs. 23 febbraio 200,n.38) ragion per cui al suo integrale ristoro non può ritenersi deputata la somma liquidata agli eredi dei lavoratori deceduti dall’Ipsema per le causali illustrate in ricorso. (Alessio Muscolino) (riproduzione riservata)
Appello Palermo, 25 Marzo 2015.


L'obbligazione del sanitario è obbligazione di mezzi - Il risultato, ossia la guarigione o il miglioramento delle condizioni del paziente, rimane normalmente fuori dall'obbligazione strictu sensu - Interventi di routine - Presunzione di inadempimento - Onere della prova liberatoria a carico del sanitario.
L'obbligazione del sanitario resta essenzialmente di mezzi, ossia quella di fornire lo standard curativo, adeguato e calato al caso concreto e non acriticamente e meccanicamente eseguito. Il risultato, ossia la guarigione o il miglioramento delle condizioni del paziente, rimane normalmente fuori dall'obbligazione strictu sensu e, in teoria, governato da causalità naturale (art. 40 c.p.). Poiché però la sussunzione sotto leggi scientifiche di quel risultato è già verificata a monte (negli interventi di routine s'intende), essendo essa normale conseguenza del rispetto delle linee guida, il creditore/paziente, che normalmente nelle obbligazioni di mezzi deve provare il nesso di causa tra inadempimento e risultato non conseguito, può beneficiare di tale preventiva sussunzione e della presunzione di inadempimento che ne deriva, scaricando sul sanitario l'onere della prova liberatoria. (Giulio Borella) (riproduzione riservata) Tribunale Cremona, 09 Luglio 2014.


Danno cagionato a terzi dal lastrico condominiale di uso esclusivo – Criterio di riparto stabilito dall’art. 1126 c.c. – Criterio della imputazione per colpa aquiliana – Contrasto – Rimessione alle SS.UU..
Va rimessa alle Sezioni Unite la questione relativa al danno cagionato a terzi dal lastrico condominiale di uso esclusivo, in particolare la questione se debba applicarsi il criterio di riparto stabilito dall’art. 1126 cod. civ. per le spese di riparazione del terrazzo oppure il criterio dell’imputazione per colpa aquiliana. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 13 Giugno 2014, n. 13526.


Appalto – Responsabilità nei confronti dei terzi – Responsabilità dell’appaltatore – Corresponsabilità del committente – Presupposti..
In materia di contratto d’appalto, l’appaltatore è di regola l’unico responsabile dei danni derivanti a terzi dall’esecuzione dell’opera; tuttavia, può configurarsi una corresponsabilità del committente in caso di riferibilità a quest’ultimo dell’evento dannoso per culpa in eligendo, per avere ciò affidato l’opera a un’impresa assolutamente inidonea, ovvero quando l’appaltatore in base a patti contrattuali sia stato un semplice esecutore degli ordini del committente ed abbia agito come nudus minister, limitandosi cioè ad attuare specifiche direttive del committente. (Alessandro Albè) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 18 Aprile 2014.


Illecito promotore finanziario – Indebita appropriazione di somme attraverso modalità difformi da quelle consentite – Interruzione nesso causalità – Non sussiste – Norme su responsabilità solidale intermediario preponente – Applicabilità..
La consegna al promotore finanziario di somme di denaro con modalità difformi da quelle con cui quest’ultimo sarebbe legittimato a riceverle (ad es.: assegni bancari al portatore) non vale, in caso d’indebita appropriazione di dette somme da parte del promotore, ad interrompere il nesso di causalità esistente tra lo svolgimento dell’attività del promotore finanziario e la consumazione dell’illecito, e non preclude, pertanto, la possibilità d'invocare la responsabilità solidale dell'intermediario preponente; né un tal fatto può essere addotto dall’intermediario come concausa del danno subito dall'investitore in conseguenza dell’illecito consumato dal promotore, al fine di ridurre l’ammontare del risarcimento dovuto, perché la richiamata normativa è destinata a tutelare gli interessi del risparmiatore e non può essere quindi interpretata nel senso che da essa derivi un onere di diligenza a carico del medesimo, la cui violazione gli sia addebitabile a titolo di colpa concorrente o esclusiva. (Alessandro Orlando) (riproduzione riservata)

Ad una diversa conclusione è dato pervenire soltanto qualora emerga la prova della collusione, o quantomeno della fattiva acquiescenza, del cliente alla violazione delle regole di condotta da parte del promotore, o comunque quando le circostanze del caso in esame siano tali da implicare che il dovere di comportarsi secondo buona fede e di non pregiudicare ingiustamente le ragioni dell’altro contraente avrebbe imposto al cliente di adottare maggiore diligenza, non prestandosi al compimento di operazioni anomale quando egli sia perfettamente a conoscenza, per personale e pluriennale esperienza, del complesso iter funzionale alla sottoscrizione dei programmi di investimento. (Alessandro Orlando) (riproduzione riservata)
Tribunale La Spezia, 26 Marzo 2014.


Responsabilità civile - Padroni, committenti e imprenditori - In genere - Intermediario finanziario - Responsabilità del fatto del promotore finanziario - Condizioni - Nesso di occasionalità necessaria tra l'illecito e le mansioni del promotore - Condotta incauta determinante dell'investitore - Conseguenza.
Ai fini della sussistenza della responsabilità dell'intermediario per i danni arrecati a terzi dai promotori finanziari nello svolgimento delle incombenze loro affidate occorre, ai sensi dell'art. 5, comma 4, legge 2 gennaio 1991, n. 1, e dell'art. 31, comma 3, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, che il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria con l'esercizio delle mansioni cui sia adibito. Ne consegue che, ove l'investitore abbia incautamente comunicato al promotore i codici di accesso al proprio conto corrente, rendendo così possibile il fatto illecito di quest'ultimo, consistito nel compimento di indebite operazioni di bonifico, va esclusa la responsabilità dell'intermediario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 04 Marzo 2014, n. 5020.