LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO IX
Dei fatti illeciti

Art. 2056

Valutazione dei danni
TESTO A FRONTE

I. Il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli 1223, 1226 e 1227.

II. Il lucro cessante è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso.


GIURISPRUDENZA

Risarcimento del danno - Valutazione e liquidazione - Infortunio - Rendita corrisposta dall'ente gestore di assicurazione sociale - Detrazione delle somme corrispondenti dal risarcimento - Necessità - Fondamento - Fattispecie.
Le somme che l'ente gestore di assicurazione sociale - nella specie, l'Inps - abbia liquidato al danneggiato a titolo di rendita per l'invalidità civile vanno detratte dall'ammontare dovuto, allo stesso titolo, dal responsabile civile al medesimo danneggiato, giacché quest'ultimo verrebbe altrimenti a conseguire un importo maggiore di quello cui ha diritto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Giugno 2019, n. 16580.


Accertamento - Criterio del "più probabile che non" - Portata - Esame isolato dei singoli elementi - Esclusione - Valutazione complessiva ed organica degli stessi - Necessità.
In tema di illecito civile, il nesso di causalità materiale va accertato secondo il criterio del "più probabile che non", indicando esso la misura della relazione probabilistica concreta tra condotta ed evento dannoso, con apprezzamento non isolato bensì complessivo ed organico dei singoli elementi indiziari o presuntivi a disposizione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Giugno 2019, n. 16581.


Illegittima segnalazione alla Centrale Rischi – Responsabilità della banca segnalante – Onere risarcitorio – Ristoro della lesione alla riservatezza – Danno all’immagine e alla reputazione non “in re ipsa” – Liquidazione in via equitativa.
E’ illegittimo il comportamento di un istituto di credito che procede alla segnalazione del cliente alla Centrale Rischi, in ragione di un asserito debito del tutto esiguo, senza valutare la posizione complessiva di quest’ultimo ed eventualmente offrire la possibilità di porvi rimedio.

Ricorre la condotta di illecito trattamento dei dati personali del cliente, in violazione delle prescrizioni contenute nel D. Lgs. n. 196/2003, quando l’istituto di credito procede con colpevole negligenza, imprudenza e imperizia all’annotazione a sofferenza di un debito non esistente, senza dare preventiva informazione all’interessato dell’imminente registrazione dei dati in uno dei sistemi di informazione creditizia.

A fronte delle prove allegate dall’attore, la banca ha l’onere di dimostrare, ex art. 2050 c.c. (applicabile ai sensi dell’art. 15 del D. Lgs. n. 196/2003), di aver adottato le misure del caso, al fine di evitare il danno, oltre all’onere di offrire elementi idonei ad escludere la propria responsabilità.

All’accertata violazione delle prescrizioni contenute nel D. Lgs. n. 196/2003, consegue, a carico dell’istituto di credito segnalante, l’onere risarcitorio della lesione alla riservatezza subita dall’attore, nonché l’obbligo al risarcimento del danno alla reputazione e all’immagine dell’interessato.

Il danno alla reputazione e all’immagine, in quanto “danno conseguenza”, non può ritenersi sussistente “in re ipsa”, dovendo essere allegato e provato, da chi ne fa domanda, anche attraverso presunzioni. La quantificazione di tale danno avviene necessariamente in via equitativa, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c., dovendosi procedere a convertire in termini monetari un danno per sua natura non patrimoniale. (Oscar Sozzi) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 13 Novembre 2018.


Contratti di borsa - Liquidazione del danno - Unico fatto illecito generatore del lucro e del danno - Necessità - Fondamento - Fattispecie in tema di "bond" argentini.
La corretta applicazione del criterio generale della "compensatio lucri cum damno" postula che, quando unico è il fatto illecito generatore del lucro e del danno, nella quantificazione del risarcimento si tenga conto anche di tutti i vantaggi nel contempo derivati al danneggiato, perché il risarcimento è finalizzato a sollevare dalle conseguenze pregiudizievoli dell'altrui condotta e non a consentire una ingiustificata locupletazione del soggetto danneggiato. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che aveva correttamente quantificato il danno, conseguente all'acquisto di obbligazioni argentine, in misura pari al capitale investito, sottraendo da tale importo il valore delle cedole riscosse ed il controvalore dei titoli concambiati, considerati un arricchimento derivante dal medesimo fatto illecito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Giugno 2018, n. 16088.


Notaio - Responsabilità - Omessa verifica di iscrizioni ipotecarie sull’immobile compravenduto - Conseguenze - Risarcimento del danno per equivalente - Ammissibilità - Quantificazione - Criteri.
Il notaio che, chiamato a stipulare un contratto di compravendita immobiliare, ometta di accertarsi dell'esistenza di iscrizioni ipotecarie e di pignoramenti sull'immobile, può essere condannato al risarcimento per equivalente commisurato, quanto al danno emergente, all'entità della somma complessivamente necessaria perché l'acquirente consegua la cancellazione del vincolo pregiudizievole, la cui determinazione deve essere rimessa al giudice di merito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Giugno 2018, n. 15761.


Occupazione senza titolo di bene immobile altrui – Danno per mancato godimento dell’immobile come “danno-conseguenza” e non “in re ipsa” – Onere per il proprietario del bene di allegare e di provare i fatti da cui discende il lamentato pregiudizio.
Nell’ipotesi di occupazione senza titolo di bene immobile non sussiste un danno in re ipsa per il proprietario del bene (ammetterlo equivarrebbe ad introdurre una rigida presunzione a favore del medesimo, che prescinde e lo esonera dall’allegazione e dalla prova dei fatti in cui consisterebbe il danno). Il giudice di merito dovrà accertare se il proprietario dell’immobile abbia allegato e provato il danno-conseguenza che potrebbe essergli derivato dall’occupazione senza titolo del bene, come, a titolo esemplificativo, l’intenzione concreta di concederlo in locazione durante tale periodo, l’avere sostenuto spese per risiedere in altro immobile che altrimenti non avrebbe dovuto affrontare, l’avere avuto concreta intenzione nel frattempo di venderlo. (Annamaria Varini) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 25 Maggio 2018, n. 13071.


Proprietà – Occupazione sine titulo di immobile – Azioni personali a difesa della proprietà – Azione di reintegrazione in forma specifica – Azione di restituzione – Natura – Onere della prova – Risarcimento del danno – Danno in re ipsa – Presunzione iuris tantum .
L’azione di restituzione di un immobile occupato sine titulo da un terzo, essendo diretta a ottenere la rimozione di una situazione lesiva del diritto di proprietà, non accompagnata dalla contestuale richiesta di declaratoria del diritto reale, esorbita dai limiti della negatoria servitutis e può assumere la veste dell'azione di reintegrazione in forma specifica di natura personale. Ne consegue che il proprietario che esperisca tale azione non è gravato dall’onere di provare il proprio diritto ma può limitarsi a dimostrare l’avvenuta consegna del bene in base ad un titolo e del successivo venir meno, per qualsiasi causa, di quest’ultimo ovvero ad allegare l’insussistenza ab origine di qualsiasi titolo legittimante l’occupazione del terzo.

Il danno da occupazione illegittima di un immobile è in re ipsa, in ragione dell'utilità normalmente conseguibile nell'esercizio delle facoltà di godimento e di disponibilità del bene insite nel diritto dominicale, e costituisce oggetto di una presunzione iuris tantum, che può essere superata ove si dimostri che il proprietario si è intenzionalmente disinteressato dell'immobile ed abbia omesso di esercitare su di esso ogni forma di utilizzazione; la relativa liquidazione può essere operata dal giudice sulla base di presunzioni semplici, con riferimento al cosiddetto danno figurativo, qual è il valore locativo del bene usurpato. (Nel caso di specie il Tribunale di Como, accertata la mancanza di un titolo legittimante l’occupazione da parte del convenuto dell’immobile attoreo e ravvisata la sussistenza del danno in re ipsa, non avendo il convenuto – rimasto contumace – fornito la prova contraria, ha provveduto a quantificare quest’ultimo sulla base dei listini OMI allegati in atti dalla parte attrice). (Curzio Fossati) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 28 Marzo 2018.


Risarcimento del danno - Morte di congiunti parenti della vittima - Danno morale - Presunzione “iuris tantum” - Conseguenze - Onere del convenuto di dimostrarne l’inesistenza - Configurabilità - Insussistenza di un rapporto di convivenza e di vicinanza tra vittima e superstiti - Irrilevanza.
L'uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del "quantum debeatur"). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Febbraio 2018.


Risarcimento del danno - Danni morali - Liquidazione equitativa del danno non patrimoniale - Criteri - Realtà socioeconomica della vittima - Irrilevanza - Fondamento - Fattispecie.
In materia di illecito aquiliano, ai fini della liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, il giudice del merito non deve tenere conto della realtà socio-economica nella quale la somma da liquidare è presumibilmente destinata a essere spesa, poiché tale elemento è estraneo al contenuto dell'illecito e, ove considerato, determinerebbe una irragionevole lesione del valore della persona umana. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha ritenuto ininfluente - ai fini della liquidazione del danno conseguente ad un sinistro stradale con esito mortale - la residenza in Romania dei soggetti danneggiati). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Febbraio 2018.


Contrattazione immobiliare – Preliminare di preliminare – Inadempimento – Responsabilità precontrattuale – Effetti.
La violazione di un accordo stipulato per il tramite di un mediatore immobiliare (c.d. preliminare di preliminare) si traduce in una condotta contraria ai principi di corretta esecuzione di un vincolo obbligatorio che incide sull’intero assetto di interessi sotteso a detta fase non potendo più il promittente venditore vedere realizzato l’interesse al trasferimento oneroso dell’immobile con conseguente gravità dell’inadempimento stesso ex artt. 1453 e 1455 c.c. e determinando l’insorgere della conseguente responsabilità da inadempimento di una obbligazione specifica sorta nella fase precontrattuale. La responsabilità precontrattuale prevista dall'art. 1337 c.c., coprendo nei limiti del cd. interesse negativo tutte le conseguenze immediate e dirette della violazione del dovere di comportarsi secondo buona fede nella fase preparatoria del contratto, secondo i criteri stabiliti dagli artt. 1223 e 2056 c.c., circoscrive il pregiudizio risarcibile al solo interesse negativo, costituito sia dalle spese inutilmente sopportate nel corso delle trattative ed in vista della conclusione del contratto (tra cui la provvigione che la parte non inadempiente ha dovuto pagare al mediatore), sia dalla perdita di altre occasioni di stipulazione contrattuale, pregiudizio liquidabile anche in via equitativa, sulla base di criteri logici e non arbitrari. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 19 Giugno 2017.


Liquidazione del danno non patrimoniale – Mancata applicazione tabelle milanesi – Violazione di legge – Tabelle milanesi come parametro di conformità alla valutazione equitativa ex artt. 1226 e 2056 cc.
È ammissibile, in sede di legittimità, quale violazione di legge, la doglianza avente ad oggetto la errata valutazione del danno non patrimoniale in base a criteri diversi da quelli derivanti dall’applicazione della tabelle milanesi purché nella fase di merito ci si sia espressamente doluti della mancata applicazione delle predette tabelle e queste abbiano formato oggetto di produzione nel giudizio di merito.
Il danno non patrimoniale deve essere risarcito nella sua interezza a seguito di una sua complessiva analisi e verifica in tutte le sue, per quanto complesse, componenti e sfaccettature, non potendosi limitare il giudice di secondo grado “ad aggiungere una cifra per un aspetto non adeguatamente considerato dal giudice di primo grado, perché ciò contrasta con la valutazione unitaria del danno non patrimoniale, finalizzata al suo risarcimento integrale”.
“Nella liquidazione del danno non patrimoniale non è consentito, in mancanza di criteri stabiliti dalla legge, il ricorso ad una liquidazione equitativa pura, non fondata su criteri obiettivi, i soli idonei a valorizzare le singole variabili del caso concreto e a consentire la verifica “ex post” del ragionamento seguito dal giudice in ordine all’apprezzamento della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo, dovendosi ritenere preferibile, per garantire l’adeguata valutazione del caso concreto e l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi l’adozione del criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, al quale la S.C. riconosce la valenza, in linea generale e nel rispetto dell’art. 3 della Cost., di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno non patrimoniale alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c., salva l’emersione di concrete circostanze che ne giustifichino l’abbandono”. (Fabio Massimo Orlando) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 18 Maggio 2017, n. 12470.


Danno non patrimoniale – Liquidazione – Variazione dei criteri di liquidazione del danno intervenuta dopo la pronuncia di primo grado – Impugnazione.
Nel caso in cui dopo la pubblicazione della pronuncia di primo grado sia intervenuta una variazione dei criteri di liquidazione del danno non patrimoniale individuati nelle tabelle generalmente in uso negli uffici giudiziari di merito, il danneggiato è legittimato ad impugnare la sentenza deducendo che il "quantum" liquidato in prime cure non comprende il ristoro del danno da perdita o riduzione del rapporto parentale, o che l'importo liquidato per il danno da morte del congiunto è inferiore al valore minimo determinato nelle nuove Tabelle, in quanto in tal modo lamenta la parziale soccombenza sulla domanda proposta per ottenere l'integrale risarcimento del danno, essendo indifferente ai fini della sussistenza del presupposto della soccombenza che il giudice di merito non sia incorso in errori nella applicazione dei criteri vigenti al tempo della decisione, atteso che la variazione dei criteri tabellari, non incide sulla validità o sugli effetti del rapporto di diritto sostanziale dedotto in giudizio, ma è immanente all'esercizio del potere discrezionale -riservato al giudice- di liquidazione equitativa del danno di natura non patrimoniale, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c., diretto a realizzare nel caso concreto i principi di adeguatezza e proporzionalità, intesi come tendenziale integrale ristoro del danno patito ed uniforme trattamento di situazioni identiche, principi che risultano violati ove la liquidazione equitativa venga effettuata in base a criteri tabellari obsoleti in quanto superati dai nuovi ritenuti maggiormente adeguati a garantire una "equa" corrispondenza tra l'equivalente ed il valore non patrimoniale leso. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nell'atto di impugnazione il danneggiato non potrà limitarsi ad allegare che in base alle "nuove" tabelle ha diritto ad un importo maggiore, dovendo ulteriormente specificare -per assolvere al requisito di ammissibilità prescritto dall'art. 345 c.p.c.- il tipo di pregiudizio che non abbia ricevuto tutela nella sentenza impugna a, ovvero la particolore circostanza assunta dalla nuova tabella quale indice sintomatico della diversa dimensione del pregiudizio non considerato dal giudice di prime cure, o ancora se le "nuove" tabelle abbiano riconsiderato ex novo il campione statistico, con conseguente rideterminazione del valore-punto e non si siano invece limitate ad un mero aggiornamento dei valori precedenti in base all'indice ISTAT del costo della vita. Da tale ulteriore specificazione è dato, tuttavia, prescindere, nel caso in cui il danneggiato deduca a sostegno del motivo di impugnazione la variazione delle tabelle milanesi, intervenuta dopo la pronuncia di primo grado, con l'adozione delle "Nuove Tabelle 2009" dichiaratamente intese a conformare i nuovi criteri di liquidazione ai principi enunciati dalle SS.UU. con le sentenze 11 novembre 2008, nn. 26972-26975, atteso il carattere radicalmente innovativo dei nuovi criteri orientati alla considerazione unitaria del danno non patrimoniale, alla introduzione di criteri di personalizzazione del danno biologico in relazione alla connessa sofferenza e turbamento d'animo determinati dalla lesione alla salute, ed alla elaborazione ex novo dei criteri di liquidazione della lesione -per perdita o riduzione- del rapporto parentale, essendo sufficiente, in tale caso, evidenziare che la liquidazione omnicompresiva del "danno morale soggettivo" non risponde ai valori minimi risarcitori previsti dalle nuove Tabelle in relazione alle differenti tipologie di pregiudizio non patrimoniale in esse considerate. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 13 Dicembre 2016, n. 25485.


Utilizzo del bene comune in via esclusiva, senza il consenso degli altri condomini - Danno in "re ipsa" - Configurabilità - Quantificazione - Criteri.
L'utilizzazione in via esclusiva di un bene comune da parte del singolo condomino in assenza del consenso degli altri condomini, ai quali resta precluso l'uso, anche solo potenziale, della "res", determina un danno "in re ipsa", quantificabile in base ai frutti civili tratti dal bene dall'autore della violazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 28 Settembre 2016, n. 19215.


Responsabilità genitoriale - Illecito endofamiliare - Abbandono del figlio - Danno non patrimoniale - Liquidazione equitativa - Quantificazione .
Il danno non patrimoniale derivante da illecito endofamiliare essendo riconnesso alla lesione del diritto alla qualità di figlio, valore inerente la persona, deve essere liquidato in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c. Il giudice ancora l’entità del risarcimento ai dati di fatto acquisiti al processo e parametra lo stesso alla gravità e alla durata delle violazioni genitoriali e alle ricadute negative sulla vita e sulla salute del figlio. Un valido criterio di riferimento è costituito dal minimo tabellare in uso per la liquidazione del danno da morte del padre. Tale parametro, però, deve essere assoggettato a una serie di correttivi, i quali tengano conto, da un lato della ontologica differenza tra lutto da morte (che può essere solo elaborato) e lutto da abbandono (teoricamente emendabile), dall’altra delle effettive conseguenze negative sulla vita del minore. (Irene Crea) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Omessa manutenzione parti comuni – Cedimenti e lesioni – Diritto soggettivo del singolo condomino a vivere in un ambiente salubre ed integro, sub specie del focolare domestico, ricomprensivo delle res comuni – Lesione – Configurabilità – Copertura costituzionale nell’art. 32 Cost. – Configurabilità – Danno da mancato e pieno godimento dell’abitazione – Configurabilità.

Onere della prova – Danno non patrimoniale – Danno/conseguenza – Cedimenti e lesioni – Idoneità ad alimentare il timore di un apprezzabile pericolo per la salute – Fatto notorio. 
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Per quanto concerne l’ipotesi di cedimenti e lesioni, riconducibili all’attività edilizia del proprietario dell’immobile finitimo, deve ritenersi leso il diritto soggettivo  a vivere in un ambiente salubre ed integro, da intendersi come esteso al focolare domestico e che trova indiretta copertura costituzionale all’art. 32 Cost. e ciò in quanto pur non potendosi parlare di danno biologico inteso nella comune accezione di lesione della integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale; dall’altro, è innegabile il riconoscimento di un danno da mancato e pieno godimento dell’abitazione, i fenomeni fessurativi de quibus essendo destinati, in applicazione di una massima di esperienza di difficile smentita, ad incidere negativamente sulle condizioni di esistenza e di abitazione degli attori e quindi su valori costituzionalmente garantiti e protetti. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Sotto il profilo probatorio e in applicazione del principio consacrato dalle Sezioni Unite per cui il danno non patrimoniale è sempre un danno - conseguenza, costituisce fatto notorio (e che, pertanto, non necessita di  specifici riscontri probatori) che cedimenti e lesioni sono idonei ad alimentare il timore di un apprezzabile pericolo per la salute di coloro che siano costretti ad abitare in ambienti di tal fatta. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 26 Marzo 2013.


Danno Patrimoniale – Onere della Prova – Sussiste (fattispecie relativa a danno da perdita del veicolo coinvolto in sinistro)..
L’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., presuppone che sia provata l'esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare. Pertanto, là dove il danneggiato richieda il ristoro dei danni conseguenti alla sostanziale distruzione dell’automobile coinvolta in un sinistro, ha l’onere di dimostrare il valore del mezzo e che l’utilizzo dello stesso sia stato dismesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro, 29 Marzo 2012.


Risarcimento del danno - Condanna generica - In genere - Accertamento di potenziale idoneità del fatto a produrre conseguenze pregiudizievoli - Configurabilità - Conseguenze - Possibilità di rigetto della domanda risarcitoria nel giudizio di liquidazione - Sussistenza.
La pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno per fatto illecito, emessa ai sensi dell'art. 278 cod. proc. civ., integra un accertamento di potenziale idoneità lesiva di quel fatto, e non anche l'accertamento del fatto effettivo, la cui prova è riservata alla successiva fase di liquidazione. Tale accertamento di lesività potenziale prescinde dalla misura e anche dalla stessa concreta esistenza del danno, con la conseguenza che il giudicato formatosi su detta pronuncia non osta a che nel giudizio instaurato per la liquidazione venga negato il fondamento concreto della domanda risarcitoria, previo accertamento del fatto che il danno non si sia in concreto verificato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 14 Luglio 2006, n. 16123.


Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Danno patrimoniale indennizzabile - Conseguenza immediata e diretta della non ragionevole durata del processo - Necessità - Fattispecie in tema di fallimento

Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Diritto all'equa riparazione - Preliminare accertamento della durata ragionevole del processo presupposto - Necessità - Fattispecie in tema di procedura fallimentare
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Il danno patrimoniale indennizzabile come conseguenza della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, è soltanto quello che costituisce "conseguenza immediata e diretta" del fatto causativo (art. 1223 cod. civ., richiamato dall'art. 2, comma 3, legge cit. attraverso il rinvio all'art. 2056 stesso codice), in quanto sia collegabile al superamento del termine ragionevole e trovi appunto causa nel non ragionevole ritardo della definizione del processo presupposto. (Nella fattispecie la S.C. ha pertanto escluso l'indennizzabilità del danno - subito dal creditore ammesso al passivo di una procedura fallimentare protrattasi oltre la durata ragionevole - consistente nella impossibilità di recupero del credito per la insufficienza dell'attivo fallimentare). (massima ufficiale)

Il giudice investito della domanda di equa riparazione del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, deve preliminarmente accertare se sia stato violato il termine di ragionevole durata, identificando puntualmente quale sia la misura della durata ragionevole del processo in questione, essendo questo un elemento imprescindibile, logicamente e giuridicamente preliminare, per il corretto accertamento dell'esistenza del danno e per l'eventuale liquidazione dell'indennizzo. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato il decreto della corte di appello che, sulla domanda di equa riparazione proposta da un creditore ammesso al passivo di un fallimento, pur affermando che la procedura fallimentare aveva avuto una durata irragionevole e pur avendo liquidato, forfettariamente una somma a titolo di danno morale, non aveva, però, indicato precisamente la misura della durata della procedura eccedente il termine ragionevole). (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 09 Settembre 2005, n. 17999.


Risarcimento del danno - Valutazione e liquidazione - Svalutazione monetaria - Rivalutazione del credito del danneggiato ed interessi sulla somma rivalutata - Compatibilità.
In tema di debiti di valore, la rivalutazione della somma da liquidarsi a titolo di risarcimento dei danni e gli interessi sulla somma rivalutata assolvono funzioni diverse, poiché la prima mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato quale era prima del fatto illecito generatore del danno ed a porlo nelle condizioni in cui si sarebbe trovato se l'evento dannoso non si fosse verificato, mentre i secondi hanno natura compensativa, con la conseguenza che le due misure sono giuridicamente compatibili e che sulla somma risultante dalla rivalutazione debbono essere corrisposti gli interessi a decorrere dal giorno in cui si è verificato l'evento dannoso. Cassazione civile, sez. I, 07 Maggio 1993.