LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO II
Del lavoro nell'impresa
CAPO I
Dell'impresa in generale
SEZIONE I
Dell'imprenditore

Art. 2083

Piccoli imprenditori
TESTO A FRONTE

I. Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.


GIURISPRUDENZA

Insinuazione al passivo - Credito vantato da società semplice agricola - Riconoscimento del privilegio di cui all’art. 2751 bis n. 4 c.c. - Esclusione - Ragioni.
L'insinuazione al passivo del credito della società semplice agricola non è assistita dal privilegio di cui all'art. 2751 bis, n. 4, c.c. che, attesa la natura eccezionale della disciplina dei privilegi, può essere riconosciuto nel solo caso di crediti vantati da persona fisica e in particolare dal coltivatore diretto, la cui qualifica si desume dagli artt. 1647 e 2083 c.c. ed il cui elemento caratterizzante si rinviene nella coltivazione del fondo da parte del titolare, con prevalenza del lavoro proprio e di persone della sua famiglia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 16 Maggio 2018, n. 11917.


Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Formazione dello stato passivo - Privilegio artigiano ex art. 2751-bis, n. 5, c.c., nel testo ante riforma di cui al d.l. n. 5 del 2012 - Spettanza - Riferimento ai criteri di cui all’art. 2083 c.c. - Necessità - Rilevanza dei presupposti di cui agli artt. 5 della l. n. 443 del 1985 o 1 l.fall. - Esclusione.
In tema di accertamento del passivo, ai fini dell’ammissione ivi di un credito come privilegiato ai sensi dell’art. 2751-bis, n. 5, c.c., nel testo, applicabile "ratione temporis", anteriore alla novella introdotta dal d.l. n. 5 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 35 del 2012, la natura artigiana dell'impresa va valutata esclusivamente in relazione al concetto di prevalenza del lavoro evocato dall’art. 2083 c.c., mentre sono irrilevanti la sua iscrizione nell'albo delle imprese artigiane di cui all'art. 5 della l. n. 443 del 1985 ed il non superamento delle soglie di fallibilità ex art. 1 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Giugno 2017, n. 13887.


Privilegi - Coltivatore diretto - Esercizio dell'attività in forma societaria - Riconoscimento del privilegio - Ammissibilità.
L’incompatibilità tra coltivatore diretto e forma sociale non trova adeguata giustificazione sul piano normativo e sistematico, quantunque essa sia stata data semplicemente per scontata in alcuni precedenti di merito di cui si ha notizia perché pubblicati on line (Tribunale di Treviso, 24 dicembre 2014; Tribunale di Mantova, 9 settembre 2011).

Infatti:
a) quella dell’imprenditore (art. 2082 c.c.) è evidentemente categoria generalissima idonea a comprendere in sé sia le persone fisiche che esercitano in proprio attività d’impresa, sia soggetti di natura diversa e, in particolare, gli enti collettivi in forma societaria;
b) lo stesso si deve ritenere anche per la subcategoria dei “piccoli imprenditori” (caratterizzata dalla prevalenza del lavoro proprio dell’imprenditore e dei componenti della sua famiglia), non solo per la collocazione sistematica della norma in immediata sequenza con la categoria generale (art. 2083 c.c.), ma anche perché ciò è da tempo normativamente previsto e comunemente accettato dagli interpreti per quanto riguarda gli artigiani, i quali, proprio come i coltivatori diretti, sono una delle specie di piccoli imprenditori specificamente nominate nella disposizione appena citata;
c) con la modifica dell’art. 1 della legge fallimentare introdotta dal d. legisl. n. 5 del 2006 è da tempo venuto meno quello che era forse l’unico dato normativo che dava una chiara indicazione (anche se ingiustificata sul piano razionale) di incompatibilità tra concetto di piccolo imprenditore e forma sociale (art. 1, comma 2°, ultimo periodo, del testo anteriore alla riforma);
d) che un appiglio in tal senso nemmeno si può desumere dalla giurisprudenza di legittimità che nega la compatibilità tra forma associata (studio professionale) e privilegio del prestatore d’opera, in quanto tale giurisprudenza non si fonda su considerazioni di carattere soggettivo sulle dimensioni della “impresa” professionale associata, bensì sull’idea – per quanto antiquata, una volta che il privilegio dell’art. 2751-bis, n° 2, c.c. non è più riservato solo al prestatore d’opera intellettuale (Corte cost. 29 gennaio 1998 n. 1) – che quel privilegio sia legato alla “personalità del rapporto d’opera professionale” (v. Cass. 8 settembre 2011, n. 18455 e art. 2232 c.c.: “Il prestatore d’opera deve eseguire personalmente l’incarico assunto”), aspetto, questo, che evidentemente nulla ha a che fare con la prestazione del coltivatore diretto (così come con quella dell’artigiano e del piccolo commerciante).

Considerato, inoltre, che la negazione del privilegio in questione ad un’impresa agricola solo perché organizzata in forma societaria (in particolare nel caso in cui si tratti di una società semplice composta da membri della stessa famiglia, il cui apporto sarebbe comunque da sommare a quello dell’imprenditore individuale al fine del giudizio di prevalenza rispetto agli altri fattori della produzione) sarebbe sospetta di incostituzionalità sia con riferimento all’art. 3 Cost. (per l’ingiustificato diverso trattamento riservato al piccolo imprenditore agricolo rispetto all’artigiano), sia con riguardo all’art. 2 Cost. (per l’ingiustificata penalizzazione di una realtà economica esattamente equivalente a un’altra – imprenditore individuale agricolo con prevalente lavoro proprio e della sua famiglia – solo per la scelta dei soci di svolgere la propria attività in un particolare tipo di formazione sociale, qual è la società semplice).

Pertanto, l’attribuzione del privilegio del coltivatore diretto alla società semplice piccolo imprenditore agricolo da un lato non richiede affatto il ricorso all’inammissibile integrazione analogica dell’art. 2751bis, n° 4, c.c. e, dall’altro lato, si impone per ragioni di coerenza sistematica ed in termini di interpretazione orientata sia dalla considerazione della “causa del credito” (art. 2745 c.c.) che alla migliore compatibilità con i principi costituzionali. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine, 27 Marzo 2015.


Privilegio - Privilegio artigiano - Contratto d’opera il contratto di appalto - Distinzione - Rilevanza.
Ai fini del riconoscimento del privilegio artigiano, assume rilievo la distinzione tra l’appalto e il contratto d’opera, figure contrattuali che, se per un verso hanno in comune l’obbligazione verso il committente di compiere a fronte di un corrispettivo un’opera o un servizio senza vincolo di subordinazione e con assunzione del rischio da parte di chi la esegue, per altro verso si distinguono per il fatto che l’opera o il servizio comportano, nella prima, un’organizzazione di media o grande impresa cui l’obbligato è preposto e, nella seconda fattispecie, il prevalente lavoro dell’obbligato medesimo, pur se adiuvato da componenti della sua famiglia e da qualche collaboratore, secondo il modulo organizzativo della piccola impresa desumibile dall’articolo 2083 c.c. Solo valorizzando il diverso profilo del modulo produttivo che fa capo all’obbligato e non quello della natura, dell’oggetto e del contenuto della prestazione, il giudice del merito può correttamente qualificare come appalto o come contratto d’opera il rapporto negoziale con il quale un imprenditore si sia obbligato, verso un corrispettivo e senza vincoli di subordinazione, al compimento di un’opera o di un servizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 26 Settembre 2014, n. 20390.


Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Requisiti dimensionali indicati nell'art. 1 r.d. n. 267 del 1942, nel testo modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Onere della prova - A carico del debitore - Sussistenza - Qualità di piccolo imprenditore ai sensi dell'art. 2083 cod. civ. - Irrilevanza - Fondamento.
L'art. 1, secondo comma, del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, aderendo al principio di "prossimità della prova", pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri dimensionali ivi prescritti, ed escludendo quindi la possibilità di ricorrere al criterio sancito nella norma sostanziale contenuta nell'art. 2083 cod. civ., il cui richiamo da parte dell'art. 2221 cod. civ. (che consacra l'immanenza dello statuto dell'imprenditore commerciale al sistema dell'insolvenza, salve le esenzioni ivi previste), non spiega alcuna rilevanza; il regime concorsuale riformato ha infatti tratteggiato la figura dell'"imprenditore fallibile" affidandola in via esclusiva a parametri soggettivi di tipo quantitativo, i quali prescindono del tutto da quello, canonizzato nel regime civilistico, della prevalenza del lavoro personale rispetto all'organizzazione aziendale fondata sul capitale e sull'altrui lavoro. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 2010.