LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO II
Del lavoro nell'impresa
CAPO I
Dell'impresa in generale
SEZIONE III
Del rapporto di lavoro
PARAGRAFO 2
Dei diritti e degli obblighi delle parti

Art. 2103

Mansioni del lavoratore
TESTO A FRONTE

I. Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all'attività svolta, e l'assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non può essere trasferito da una unità produttiva ad un'altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

II. Ogni patto contrario è nullo.


GIURISPRUDENZA

Trasferimento del lavoratore - Trattamento economico aggiuntivo - Natura retributiva - Condizioni - Collegamento con la prestazione - Necessità.
In caso di trasferimento del lavoratore, alle somme erogate a tale titolo deve riconoscersi natura retributiva qualora si tratti di importi compensativi della maggiore gravosità e del disagio morale ed ambientale dell'attività lavorativa prestata presso la nuova sede per adempiere, sia pure indirettamente, gli obblighi della prestazione lavorativa; il collegamento sinallagmatico con detta prestazione rende, infatti, tali importi un adeguamento della retribuzione ai maggiori esborsi sopportati in considerazione delle mutate condizioni ambientali in cui il lavoratore svolge la propria attività. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 12 Settembre 2018, n. 22197.


Sostituzione incarico dirigente medico – Art. 18 ccnl 2000 – Indennità sostitutiva – No mansioni superiori.
La sostituzione nell'incarico di dirigente medico del servizio sanitario nazionale ex art. 18 del c.c.n.l. dirigenza medica e veterinaria 2000 non si configura come svolgimento di mansioni superiori poiché' avviene nell'ambito del ruolo e livello unico della dirigenza sanitaria, sicché' non trova applicazione l'articolo 2103 c.c. e al sostituto non spetta il trattamento accessorio del sostituito ma solo la prevista indennità cd. sostitutiva, senza che rilevi, in senso contrario, la prosecuzione dell'incarico oltre il termine di sei mesi (o di dodici se prorogato) per l'espletamento della procedura per la copertura del posto vacante, dovendosi considerare adeguatamente remunerativa l’indennità sostitutiva specificamente prevista dalla disciplina collettiva e, quindi, inapplicabile l'articolo 36 Cost. (Luigi Funari) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 03 Settembre 2018, n. 21565.


Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Obbligo di repechage – Onere di allegazione, limiti – Riparto dell’onere della prova – Ragionevolezza.
Qualora sia dedotta la violazione dell’obbligo del c.d. “repechage”, grava sul soggetto datoriale l’onere di dare dimostrazione dell’impossibilità di adibire il dipendente licenziato a mansioni diverse nel rispetto dei principi sanciti dall’art. 2103 c.c.

Detto onere probatorio, deve essere peraltro contenuto, nonostante la sua rigorosità, entro limiti di ragionevolezza, nonché nell’ambito delle contrapposte deduzioni delle parti e può considerarsi assolto anche mediante il ricorso a risultanze probatorie di natura presuntiva ed indiziaria. Nell’ottica di allentare il rigore dell’onere probatorio datoriale, si è ritenuto di onerare a sua volta anche il lavoratore che impugni il licenziamento di allegare circostanze idonee a far presumere l’esistenza in seno all’azienda di posti di lavoro cui poter essere ancora utilmente adibito.

Se è vero che la prova dell’impossibilità di un diverso impiego in ambito aziendale non può trasferirsi neppure in parte a carico del lavoratore licenziato, gravando per intero sul datore di lavoro, tuttavia, fermo rimanendo detto principio, il lavoratore deve allegare i fatti, sui quali il datore di lavoro è chiamato a replicare, dai quali risulterebbe l’esistenza di mansioni equivalenti, affinché l’onere della prova a carico del datore di lavoro non si risolva in una prova negativa. (cfr. Cass. 2.4.2004 n. 6556, secondo cui “ai fini della prova della sussistenza del giustificato motivo obiettivo, l’onere della dimostrazione dell’impossibilità di adibire il lavoratore allo svolgimento di altre mansioni analoghe a quelle svolte in precedenza, pur gravando interamente sul datore di lavoro e non potendo essere posto a carico del lavoratore, implica comunque per quest’ultimo un onere di deduzione ed allegazione della possibilità di essere adibito ad altre mansioni sicché, ove il lavoratore ometta di prospettare nel ricorso tale possibilità, non insorge per il datore di lavoro l’onere di offrire la prova sopraindicata”).

Ne discende in sostanza una diversa ampiezza dell’onere della prova che incombe sul datore di lavoro, nel senso che tanto più analitiche saranno le allegazioni del lavoratore, tanto maggiormente articolate dovranno essere le deduzioni che il datore di lavoro dovrà formulare e tanto maggiormente mirati i mezzi di prova che dovrà indicare per dare dimostrazione dell’impossibilità del c.d. “repechage”.

Tale principio affermato dalla Cassazione non fa venir meno il fatto che, sia pur in difetto di allegazioni, l’onere della prova non debba comunque essere assolto dal datore di lavoro, anche se potrà essere adempiuto mediante il ricorso a risultanze probatorie che (nel caso di doglianza generica) potranno essere anche soltanto di natura presuntiva ed indiziaria.

Deve osservarsi inoltre che una cosa è l’onere della prova, altro e ben differente è l’onere della allegazione (da valutarsi tenendo conto del fatto che il lavoratore licenziato si trova ormai estromesso dall’organizzazione aziendale e quindi in una situazione di evidente difficoltà nell’acquisizione di dati di fatto e circostanze da allegare), sicché porre a carico del lavoratore l’onere della allegazione non significa anche addossargli l’onere della prova che resta a carico del datore di lavoro. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento, 27 Aprile 2018.


Clausola di gradimento – Trasferimento – Giusta causa di licenziamento – Integrazione del contraddittorio.
Il rifiuto del committente di ammettere il lavoratore negli spazi di lavoro di sua pertinenza, sul presupposto che questi ha posto in essere illeciti extracontrattuali, non costituisce di per sé ragione organizzativa sufficiente a giustificare il trasferimento del lavoratore, né il rifiuto opposto dal lavoratore al trasferimento costituisce di per sé giustificato motivo di licenziamento. Occorre che vengano forniti dal committente o dal datore di lavoro elementi di giudizio tali da rendere quantomeno verosimile il compimento dell’illecito, e per conseguenza non contrario al principio di buona fede il rifiuto del gradimento del lavoratore. In ogni caso tale rifiuto, pur provenendo dal committente, ponendo il lavoratore nella condizione di non poter svolgere la prestazione lavorativa, costituisce un atto gestorio del rapporto di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Padova, 01 Dicembre 2017.


Mobbing nella PA – Rilevanza condotte vessatorie del Sindaco – Organo meramente politico – Rapporto di sovraordinazione – sussistenza.
La PA risponde delle condotte vessatorie perpetrate dal Sindaco nei confronti di un dipendente comunale, nonostante il primo costituisca un organo meramente politico; nei poteri del Sindaco, infatti, ai sensi dell’art. 50 co. 2 e 10 TUEL, rientrano tanto quello di sovrintendere al funzionamento degli uffici e dei servizi, tanto quello di nomina dei relativi responsabili, cosicché nei confronti dei dipendenti si configura un rapporto di sovraordinazione diretto e indiretto, perché chiamati a dare seguito alle direttive del Sindaco per il tramite dei rispettivi sovraordinati, il che giustifica l’inquadramento delle relative condotte nella nozione di “mobbing” configurata dalla giurisprudenza di legittimità. (Luca Monosi) (riproduzione riservata) Tribunale Latina, 05 Ottobre 2016.


Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Giurisdizione del Giudice Ordinario – Sussistenza – Atti amministrativi – Disapplicazione.
Nel pubblico impiego, la procedura di mobilità esterna, costituendo mera cessione di un contratto già in essere - e, dunque, distinguendosi dalla differente procedura concorsuale finalizzata alla nuova assunzione - va ricompresa nella giurisdizione del Giudice Ordinario. Sussiste dunque la giurisdizione del Giudice Ordinario con riferimento alla domanda cautelare del dipendente pubblico avente ad oggetto l’accertamento del proprio diritto al trasferimento disposto in seguito all’accoglimento dell’istanza di mobilità volontaria, successivamente (illegittimamente) revocato dalla Pubblica Amministrazione.
Il Giudice Ordinario, in questi casi, ha anche il potere di disapplicare quegli atti amministrativi che, lungi dall’essere espressione della potestà pubblicistica della Pubblica Amministrazione (cd. atti di macroorganizzazione), sono adottati da quest’ultima con le capacità ed i poteri del privato datore di lavoro. (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Ivrea, 25 Marzo 2016.


Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Perfezionamento.
La deliberazione con la quale la Pubblica Amministrazione revochi il trasferimento del dipendente, disposto a seguito dell’accoglimento della domanda di mobilità volontaria, è illegittima se adottata successivamente al perfezionamento del trasferimento stesso, che coincide con il momento in cui la Pubblica Amministrazione di provenienza concede il relativo nulla osta, non richiedendosi, ai fini del perfezionamento della fattispecie traslativa de qua, la stipulazione di un nuovo contratto di lavoro con la Pubblica Amministrazione di destinazione. (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata) Tribunale Ivrea, 25 Marzo 2016.


Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Periculum in mora – Sussistenza.
Il periculum in mora nell’ambito di un giudizio cautelare promosso dal dipendente pubblico ed avente ad oggetto l’accertamento del proprio diritto al trasferimento, illegittimamente revocato dalla Pubblica Amministrazione di destinazione, sussiste allorquando, nelle more di un eventuale giudizio di merito, il diritto del ricorrente subirebbe un vulnus che, coinvolgendo la sua più intima sfera personale e familiare, certamente non poterebbe trovare adeguato ristoro nell’eventuale sentenza favorevole emessa all’esito di tale giudizio (nella specie, il Tribunale ha ritenuto sussistente il periculum in mora sul presupposto che l’illegittima revoca del trasferimento disposta dalla Pubblica Amministrazione fosse idonea ad incidere sugli impegni familiari della ricorrente, che erano senz’altro aumentati, se non addirittura più che raddoppiati, in seguito alla nascita del secondo figlio). (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata) Tribunale Ivrea, 25 Marzo 2016.


Art. 2103 c.c. - Mansioni del lavoratore - Ristrutturazione aziendale -  Conseguenze .
La disposizione dell'art. 2103 c.c. sulla disciplina delle mansioni e sul divieto di declassamento va interpretata alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un'organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello di lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che, nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti, tra le altre, ristrutturazioni aziendali, l'adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte, restando immutato il livello retribuivo, non si pone in contrasto con il dettato del Codice Civile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 22 Maggio 2014, n. 11395.


Rapporto di lavoro subordinato - Estinzione e risoluzione del rapporto: licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Rapporto di lavoro subordinato - Mansioni inferiori - Art. 2103 c.c. - Legittimità del patto di dequalificazione del dirigente.
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L’ineseguibilità della prestazione non realizza un giustificato motivo di licenziamento qualora il lavoratore possa essere adibito ad una diversa attività riconducibile – secondo un’interpretazione del contratto secondo buona fede – alle mansioni attualmente assegnate o a quelle equivalenti, o se ciò è impossibile – a mansioni anche inferiori, purchè la diversità sia utilizzabile nell’impresa secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

Il patto di dequalificazione, quale unico mezzo per conservare il rapporto di lavoro, costituisce non già una deroga all’art. 2103 c.c. bensì un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto, sorretto dal consenso e dall’interesse del lavoratore; pertanto la validità del patto presuppone l’impossibilità sopravvenuta di assegnare mansioni equivalenti alle ultime esercitate e la manifestazione della disponibilità del lavoratore ad accettarle. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Appello Milano, 13 Settembre 2012.