LIBRO PRIMO
Disposizioni generali
TITOLO II
Del pubblico ministero

Art. 70

Intervento in causa del pubblico ministero
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Il pubblico ministero deve intervenire, a pena di nullità rilevabile d'ufficio:

1) nelle cause che egli stesso potrebbe proporre;

2) nelle cause matrimoniali, comprese quelle di separazione personale dei coniugi;

3) nelle cause riguardanti lo stato e la capacità delle persone;

4) (abrogato);

5) negli altri casi previsti dalla legge.

II. Deve intervenire nelle cause davanti alla corte di cassazione nei casi stabiliti dalla legge. (1)

III. Può infine intervenire in ogni altra causa in cui ravvisa un pubblico interesse.



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(1) Comma aggiunto dall'art. 75 del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, entrato in vigore il 22 giugno 2013 e convertito in legge, con modificazioni dalla legge 20 agosto 2013, n. 194. La disposizione si applica ai giudizi dinanzi alla Corte di cassazione nei quali il decreto di fissazione dell'udienza o dell'adunanza in camera di consiglio sia adottato a partire dal giorno successivo al 5 settembre 2013, data di entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto.

GIURISPRUDENZA

Separazione dei coniugi e provvedimenti riguardo la prole – Intervento del PM – Affidamento esclusivo – Inidoneità genitore e prognosi di idoneità – Diritto di mantenimento e ultra petita – Diritto di visita – Condanna alle spese e liquidazione Patrocinio a Spese dello Stato.
Ai fini dell'osservanza delle norme che prevedono l'intervento obbligatorio del P.M. nel processo civile, è sufficiente che gli atti siano comunicati all'ufficio del medesimo per consentirgli di intervenire nel giudizio, mentre l'effettiva partecipazione e la formulazione delle conclusioni sono rimesse alla sua diligenza.

In assenza di ogni tipizzazione normativa, le circostanze ostative all’affidamento condiviso devono essere individuate dal giudice con provvedimento motivato, secondo quanto previsto dallo stesso art.337 quater c.c., ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore, come, ad esempio, nel caso in cui un genitore sia indifferente nei confronti del figlio, non contribuisca al mantenimento dello stesso, manifesti un disagio esistenziale incidente sulla relazione affettiva, ecc. Al genitore affidatario in via esclusiva, pertanto, devono essere riservate le scelte sulle questioni di maggior interesse per il figlio - quali quelle in materia di residenza, passaporto o altri documenti, salute e scuola - posto che l’irreperibilità dell’altro genitore renderebbe di fatto impossibile l’adozione condivisa di ogni decisione. Va invece formulata una prognosi favorevole in ordine alla idoneità del genitore che si sia sempre occupato con continuità e responsabilità del figlio minore.
L’assenza di ogni rapporto e il disinteresse manifestato dall’altro genitore rispetto all’affidamento del figlio impongono altresì di stabilire che questi potrà vedere il minore soltanto in presenza del genitore affidatario, previo accordo e compatibilmente con le esigenze del minore.

Nei giudizi di separazione e divorzio, i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi morali e materiali della prole - tra i quali rientrano anche quelli di attribuzione e determinazione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non affidatario - possono essere adottati d'ufficio, essendo rivolti a soddisfare esigenze e finalità pubblicistiche sottratte all'iniziativa e alla disponibilità delle parti. Il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i predetti provvedimenti è rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall'art. 155 c.c. e ora dall'art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum” (cfr. in tal senso Cass. n. 25055/2017).

Nella condanna della parte soccombente al pagamento delle spese di lite non viene applicata la riduzione degli importi spettanti al difensore prevista dall’art. 130 DPR 115/2002 (in termini Cass., Ord. n. 22017 del 11/09/2018). (Antonella Manisi) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini, 29 Ottobre 2019.


Concordato preventivo con riserva - Rinuncia dell’istante - Richiesta di fallimento depositata dal P.M. - Ammissibilità - Ragioni.
La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva, formulata dal debitore nel corso della fase di ammissione al procedimento, non impedisce al P.M., prima che il tribunale dichiari l'inammissibilità della detta domanda, di avanzare una richiesta di fallimento dell'imprenditore, in ragione della ritenuta sua insolvenza di cui sia venuto a conoscenza a seguito della comunicazione ex art. 161, comma cinque, l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Ottobre 2019, n. 27200.


Sottrazione internazionale di minori - Procedimento ex art. 7 l.n. 64 del 1994 - Distribuzione dell'onere della prova tra le parti - Poteri ufficiosi del Tribunale - Fondamento.
In tema di sottrazione internazionale di minori, nel giudizio dinanzi al Tribunale per i minorenni, di cui all'art. 7 della legge n. 64 del 1994, il P.M. ha l'onere di provare l'esistenza del diritto di affidamento in capo al ricorrente e il fatto della sottrazione del minore, mentre l'allegazione e la prova dei fatti impeditivi del rientro grava in linea generale, ai sensi dell'art. 13 della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, sul soggetto che si oppone ad esso, fermi restando, tuttavia, i poteri di indagine officiosa del Tribunale, ai sensi dell'art. 738, comma 3, c.p.c., in particolare quanto alla verifica dei fatti impeditivi, senza che esso sia vincolato alle decisioni del giudice dello Stato di residenza del minore, né sussistendo alcuna limitazione delle fonti di prova, ivi compresa la c.t.u., e potendo il Tribunale decidere sulla base di semplici "informazioni", giustificandosi tale connotazione officiosa del procedimento con l'esigenza di tutela del minore da trasferimenti illeciti, scopo ultimo della Convenzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Giugno 2019, n. 15714.


Querela di falso - Partecipazione del P.M. alle udienze e formulazione, da parte dello stesso, delle conclusioni - Necessità - Esclusione - Fondamento.
In tema d'intervento obbligatorio del P.M., ai fini della validità del procedimento per querela di falso non sono necessarie né la presenza alle udienze né la formulazione delle conclusioni da parte di un rappresentante di tale ufficio, essendo sufficiente che il P.M., mediante l'invio degli atti, sia informato del giudizio e posto in condizione di sviluppare l'attività ritenuta opportuna. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 29 Ottobre 2018, n. 27402.


Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Giudice di uno Stato membro investito di una domanda di autorizzazione giudiziaria a rinunciare a un’eredità per conto di un minore – Competenza in materia genitoriale – Proroga di competenza – Articolo 12, paragrafo 3, lettera b) – Accettazione della competenza – Presupposti.
In una situazione come quella di cui al procedimento principale, in cui i genitori di un minore, abitualmente residenti con quest’ultimo in uno Stato membro, hanno presentato, per conto di tale minore, una domanda di autorizzazione alla rinuncia di un’eredità dinanzi a un giudice di un altro Stato membro, l’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretato nel senso che: 1) il deposito effettuato congiuntamente dai genitori del minore dinanzi all’autorità giurisdizionale da loro scelta costituisce accettazione univoca di tale giudice da parte degli stessi; 2) un pubblico ministero che, a norma del diritto nazionale, è per legge parte al procedimento instaurato dai genitori è parte al procedimento ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 2201/2003. L’opposizione mossa da tale parte contro la scelta dell’autorità giurisdizionale effettuata dai genitori del minore successivamente alla data in cui tale autorità è stata adita osta a riconoscere che a detta data tutte le parti al procedimento abbiano accettato la proroga di competenza. In mancanza di una siffatta opposizione, l’accordo di tale parte può considerarsi implicito e la condizione relativa all’accettazione della proroga di competenza, in modo univoco da tutte le parti al procedimento alla data in cui tale giudice è adito, può ritenersi soddisfatta, e 3) la circostanza che la residenza del de cuius alla data del suo decesso, il suo patrimonio, oggetto della successione, e le passività dell’asse ereditario si trovassero nello Stato membro cui appartiene il giudice adito consente, in mancanza di elementi che dimostrino che la proroga di competenza rischierebbe di incidere negativamente sulla situazione del minore, di considerare che una siffatta proroga di competenza è conforme all’interesse superiore del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE, 19 Aprile 2018.


Concordato preventivo - Provvedimenti del giudice delegato - Reclamo ex art. 26 l. fall. - Legittimazione del P.M. - Esclusione - Fondamento - Fattispecie in tema di autorizzazione all’affitto d’azienda.
Poichè al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dalla legge processuale il Pubblico Ministero non ha potere di azione e tanto meno di impugnazione, deve negarsi la legittimazione della parte pubblica ad impugnare mediante il reclamo endofallimentare un provvedimento del giudice delegato, in quanto l'art. 26 l.fall., che indica con precisione i soggetti che sono legittimati all'impugnazione, non include il Pubblico Ministero. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione con la quale il tribunale aveva dichiarato l'inammissibilità del reclamo proposto dal Procuratore della Repubblica avverso un decreto con il quale il giudice delegato aveva autorizzato l'affitto dell'azienda fallita). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Marzo 2018, n. 6093.


Fallimento – Dichiarazione – Istanza di fallimento del pubblico ministero – Estensione della legittimazione del p.m. alla richiesta in tutti i casi in cui abbia istituzionalmente appreso la notitia decoctionis.
La ratio della art. 7 legge fall., una volta venuto meno il potere del tribunale di dichiarare officiosamente il fallimento, è chiaramente nel senso di estendere la legittimazione del p.m. alla presentazione della richiesta in tutti i casi nei quali l'organo abbia istituzionalmente appreso la notitia decoctionis (Cass. 10679 del 2014; 23391 del 2016).

Ne consegue che il riferimento contenuto al comma 1, n. 1) del citato articolo, al riscontro della notitia decoctionis "nel corso di un procedimento penale", non deve essere interpretato nel senso riduttivo, non essendo necessaria la preventiva iscrizione di una notitia criminis nel registro degli indagati a carico del fallendo (Cass. n. 8977 del 2016) o di terzi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 18 Maggio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Istanza di fallimento del pubblico ministero – Mancata partecipazione all’udienza – Rinuncia all’istanza – Esclusione.
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, quando l'iniziativa sia stata assunta dal pubblico ministero, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito è sufficiente che il ricorso sia stato ritualmente notificato all'imprenditore, sicché è irrilevante la mancata partecipazione della parte pubblica all'udienza prefallimentare, non potendosi trarre da tale condotta alcuna volontà, anche solo implicita, di rinunciare desistere all'istanza presentata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 18 Maggio 2017.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Iniziativa del pubblico ministero - Poteri di impulso del pubblico ministero - Disponibilità - Esclusione.
Deve dubitarsi del fatto che il pubblico ministero possa rinunciare alla iniziativa avviata, non essendo assimilabili i poteri di impulso a tale organo attribuiti nei processi civili (e fra essi di quello diretto all’apertura del fallimento) a quelli delle parti private, dal momento che il pubblico ministero agisce per dovere d’ufficio e nell’interesse pubblico, a differenza delle altre parti, che perseguono interessi individuali e privati. Il Pubblico Ministero è, infatti, parte del processo solo in senso formale e non può disporre degli interessi d’indole generale, dei quali la legge gli affida la tutela. Egli, pertanto, una volta esercitata l’azione, non può rinunziarvi, spettando unicamente al giudice decidere sulla stessa, senza che eventuali ripensamenti del pubblico ministero possano vincolarlo nel momento della decisione e senza neppure che siano vincolanti le conclusioni da lui formulate. (Nel caso di specie, il pubblico ministero aveva chiesto l'accoglimento del reclamo avverso la dichiarazione di fallimento). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 18 Aprile 2016.


Associazioni riconosciute - Impugnazione di delibere - Riserva di collegialità.
In materia di impugnazione di delibere assembleari di associazioni o di altri organi di associazioni riconosciute, la competenza a decidere spetta al collegio ex art. 50-bis, comma 1, n° 1, c.p.c., con la conseguenza che, sussistendo la legittimazione all’impugnazione anche in capo al pubblico ministero, esiste una riserva di collegialità in base al combinato disposto degli artt. 50-bis n° 1, 69 e 70, comma 1, n° 1, c.p.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 23 Febbraio 2015.


Sub procedimenti di autorizzazione di competenza del giudice tutelare - Obbligo della comunicazione degli atti al Pubblico Ministero - Esclusione.
Il provvedimento del Giudice Tutelare, concessivo di una autorizzazione, in materia di misure di protezione o minori, non deve essere comunicato al P.M. quando sia inerente a procedura in cui non è previsto l’intervento obbligatorio di detto Ufficio e non si ravvisi il coinvolgimento di interessi di stretto rilievo pubblicistico. Restano quindi esclusi dall’obbligo della comunicazione degli atti al PM, tutti i sub-procedimenti relativi al procedimento di amministrazione di sostegno nonché tutti i procedimenti camerali di competenza del Giudice tutelare (ad es. i decreti di cui agli artt. 374, 375, 320 c.c.), sempre che il Giudice tutelare non ravvisi la sussistenza di quel pubblico interesse che lo autorizza a sollecitare l’intervento facoltativo del Pubblico Ministero attraverso la comunicazione a quest’ultimo degli atti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 29 Aprile 2014.


Partecipazione del Pubblico Ministero – Causa in cui il pm non ha potere di proporre l’azione – Notifica dell’appello – Esclusione..
Solo quando il P.M. interviene nelle cause che avrebbe potuto proporre ex art. 70, n. 1, gli è riconosciuto il potere di impugnazione, espressione del più ampio potere di assumere l’iniziativa processuale; nel caso di P.M. interveniente nelle altre cause di cui ai nn. 2, 3 e 5 dell’art. 70, non è riconosciuto il potere di impugnazione, dipendendo l’attività processuale del P.M. da quella delle parti e, quindi, anche la scelta di reagire ad una sentenza ritenuta ingiusta. Di conseguenza, nel primo caso, l’eventuale atto di appello non deve essere notificato né comunicato al P.M. non potendo questi proporre un eventuale appello incidentale ed essendo l’intervento dell’organo pubblico in secondo grado assicurato dalla partecipazione del P.G. alle udienze. Peraltro si deve ricordare che non è necessaria la partecipazione del P.M. all’udienza né la presentazione da parte sua di conclusioni orali o scritte, essendo, invece, sufficiente che abbia avuto la possibilità di intervenire. Risulta, pertanto, decisivo, ai fini del rispetto della norma, che il P.M. sia stato informato del processo, ossia che gli siano stati comunicati gli atti processuali, (o notificati) essendo rimessa alla sua diligenza la concreta partecipazione al processo e la formulazione delle conclusioni (Cass. 9713/2004; Cass. 19727/2003; Cass. 571/2000). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Catania, 11 Luglio 2013.


Concordato preventivo - Intervento del pubblico ministero - Ha intervento ai sensi degli articoli 70 e 71 c.p.c. - Sussistenza..
Il pubblico ministero è legittimato ad intervenire nella procedura di concordato preventivo anche ai sensi degli articoli 70 e 71 c.p.c.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Siracusa, 16 Febbraio 2012.